The world may be known Without leaving the house;
The Sky may be seen Apart from the windows.
The further you go, The less you will know.
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Monday, December 06, 2010

Die Fremde

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Acar (Serhard Can) hat eine böse Vorahnung

Il film lo ho visto questo pomeriggio, proiettato in condizioni un po' di fortuna presso la Sala Conferenze del Parlamento Europeo - Ufficio di Milano, insieme ad altre cinque o sei spettatrici.

Die Fremde, per essere davvero succinti, racconta la storia di Umay (Sibel Kekilli), una ragazza turco-tedesca che decide con grande coraggio, dopo aver subito l'ennesima violenza, di lasciare Istanbul e suo marito Kemal (interpretato dal bel Ufuk Bayraktar) che incarna il peggio del maschilismo mediterraneo. Umay non scappa sola, porta con se Cem, loro figlio, e torna a Berlino dalla propria famiglia di origine. Qui i problemi anziché finire cominciano. Lei che ha abbandonato suo marito, che gli ha portato via il figlio, che vuole riprendere a studiare, che non si è voluta sottomettere "alla mano che ti picchia, ma che anche ti carezza", lei è una puttana e porta disonore all'intera famiglia: a suo padre, a sua madre, ai suoi fratelli e a sua sorella. Quest'ultima vede il suo fidanzamento sciogliersi proprio a causa del comportamento di sua sorella maggiore. Nonostante tutto Umay non si perde d'animo e continua a lottare, sola, perché costretta ad allontanarsi proprio dalla casa paterna dove pensava, in fondo, di poter trovare rifugio. Umay desidera farsi una propria vita pur non volendo dimenticare le sue radici turche, ed è qui che la situazione si fa senza via d'uscita.

Emozioni e tensione sono mantenute alte durante tutto il film, diretto dall'esordiente austriaca Feo Aladag; gli attori tutti eccellenti, i dialoghi che passano dal turco al tedesco e viceversa non fanno altro che sottolineare la lotta interiore di ciascuno dei protagonisti che si riconosce nella propria comunità, nelle proprie origini e tradizioni e al tempo stesso si identifica anche con i valori di un mondo, quello tedesco e occidentale, dove l'individuo vuole contare di più della comunità alla quale appartiene, alla comunità che lo "contiene" ma non ne nega l'esistenza.
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Thursday, November 25, 2010

Pensavo di andare sul sicuro...

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copyright RCS Periodici Spa 2010
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...visitando la mostra Moda: Sostantivo maschile

L'idea è quella di documentare -nelle quattro sezioni: Formal, Easywear, Fashion e People- l'evoluzione del costume maschile attraverso una selezione di immagini pubblicate negli ultimi dieci anni dai periodici Io Donna, Style e Max, (RCS Media Group). Lo spazio: Spazio A - Ex Ansaldo. L'allestimento: più cheap non si poteva. Le foto: stampate su cartoncini di dimensioni assai ridotte e esibite, udite udite!, dentro a degli scatoloni aperti. Il concetto dovrebbe essere quello di un percorso di immagini/ricordi all'interno di un magazzino, e sicuramente l'impressione è quella di trovarsi in un luogo abbandonato.

Alla serata dell'evento inaugurale ci sarà stato anche tanto stile e champagne, ma l'impressione che ho avuto io, ieri, era poco cool e molto cess... Il riflesso un po' in generale della Milano di oggi.

La mostra in realtà serve a promuovere RCS verso i suoi utenti pubblicitari. 

E non potevate dircelo subito? 
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Wednesday, September 29, 2010

Tanti ne hanno già parlato e male...

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Di fotogramma in fotogramma, di cliché in cliché, scorrono le Mine Vaganti di Ozpetek, proiezione inaugurale della rassegna cinematografica "Cinema senza barriere" curata dalla Cineteca Italiana presso il Cinema Oberdan a Milano e dedicata alle persone con disabilità sensoriali della vista e dell'udito. "Un titolo scelto non a caso per la rassegna, dal momento che i segreti di famiglia e la difficoltà dei protagonisti del film ad integrarsi nel privato e nella società stimolano lo spettatore ad immedesimarsi nella vicenda" dal quotidiano free press Metro del 28 settembre. Deduciamo quindi: Gay = Diversamente abile. Qui ci sarebbe molto da dire, ma lascio a voi il diletto di rincorrere le idee che questa uguaglianza suscita nelle vostre teste...

Parola per parola condivido l'opinione di Luca Pacilio che chiude così la propria recensione su Gli Spietati: "Ma di luogo comune vive (muore) tutta l’opera di Ozpetek che di stereotipi si ingozza (il cognato napoletano, la zia zitella, la nonna progressista) e che diffonde rassicurazione come un virus, offrendo una visione talmente conciliata del mondo da diventare inquietante."

Non è facendo recitare da cani attori carini che si fanno dei bei film, non è lanciando il sasso e nascondendo la mano che si cambia la mentalità e l'opinione corrente che l'italiano e l'italiana medi hanno circa l'omosessualità.

Non è facendo vedere un gay che dà un bacio sulla bocca a una ragazza che si faranno passi avanti in questo disgraziato paese. Questa storia l'avevamo già vista in "Diverso da chi?" di Umberto Carteni con Luca Argentero (facilmente sovrapponibile a Riccardo Scamarcio). E' mai possibile che al cinema non si possa vedere un gay gay che non si innamora di una ragazza... Non dico che non esistano, ma di sicuro non sono così frequenti come il signor Ferzan ci vuole far credere, o forse li conosce e li frequenta tutti lui. Certo io parlo di gay, non di omosessuali repressi, sposati e non, che fanno le "cose brutte e proibite" di nascosto, che pensano che passerà, che se una ragazza si innamora di loro se la scopano (passatemi il termine) per paura che proprio lei vada in giro a dire che sono froci (passatemi ancora il termine), che sorridono a una battuta omofoba e pensano all'incontro furtivo consumato nel buio di un losco parcheggio di periferia la sera prima, che si fanno rodere dai sensi di colpa per quello che hanno o non hanno consumato...

Il film, pur con tutti i suoi difetti spietatamente evidenziati, si lascia guardare ma resta sempre un non so che di appiccicoso, di caricaturale per quasi tutti i personaggi e soprattutto manca il coraggio di dire qualcosa di vero, coraggio che Ozpetek proprio non ha e forse per questo in tutti i suoi film c'è sempre una voce che invita a "essere se stessi per essere felici" e soprattutto per non avere rimpianti...

Ultimo dettaglio: fra il pubblico molti degli spettatori con disabilità sensoriali, dotati di cuffia con audiocommento, si sono lamentati per la scelta del film che per loro è stato difficile da capire. Credo si riferissero alle scene di flashback un po' sognanti che mostrano la delicata storia d'amore vissuta in gioventù dalla nonna dei protagonisti, costretta a sposare il fratello dell'uomo di cui invece era innamorata, che forse non sono riusciti a cogliere appieno. Prossima rassegna cinematografica: "Cinema e omo-banalità"!

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Saturday, September 04, 2010

Il femminismo è out, la poesia in.... جمانة حداد بريشاتهم

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Di lei avevo già sentito parlare a causa della sua controversa rivista che in Libano affronta tematiche scottanti: erotismo, omosessualità, e getta nuova luce sul corpo degli uomini e delle donne. Joumana Haddad, bella, magnetica, ti cattura subito con il suo sguardo fisso, franco, con i suoi occhi nei tuoi occhi, ti lascia senza scampo. E' raro ritrovare ciò in una donna araba, ma lei lo fa senza esitazioni! La sua è una ribellione, una sfida senza compromessi e nessuna metafora, nella vita come nella poesia che scrive. Ho potuto stringerle la mano, salutarla brevemente, e porgerle una domanda durante un colloquio pubblico, ad Ancona, in occasione del Festival Adriatico-Mediterraneo 2010, ancora in corso fino a domani.

Mi è piaciuta subito, come mi è piaciuto quasi tutto quello che ha detto e le poesie che ha recitato in arabo. Nata a Beirut nel 1970, da famiglia cattolica di rito orientale, traduttrice, giornalista, poetessa, è anche fondatrice e editor della rivista trimestrale Jasad-جسد che l'ha ormai resa una piccola star nel mondo arabo progressista e progredito.

Joumana ha le idee chiare e non ha paura a far sentire la sua voce:

"Andare a pregare dovrebbe essere come andare a fare l’amore: un’ affare privato. Si parla sempre di oscenità sessuale, ma perchè nessuno parla di oscenità religiosa? Chi fa l’amore in pubblico viene mandato in prigione: sostengono che sia “un’offesa al pudore pubblico”. Io sogno un mondo laico, non contaminato, dove lo stesso trattamento è riservato a coloro che fanno spettacolo della loro fede religiosa. Eppure, lo confesso, aspetto con grande impazienza il giorno in cui una cantante musulmana danzerà in pubblico con un piccolo Corano appeso tra i seni nudi. Vivrebbe, la sciagurata, 24 ore per raccontarlo. Intanto, io vado a pregare a modo mio. Cioè a fare l’amore. In privato. Molto in privato."

Sulla Barbie con il burka non ha esitazioni: "Questa bambola è un attacco scandaloso e nauseabondo contro la donna. Non ci sono altre parole per descriverlo, uno dei simboli di questa cultura femminile perdente, basata sull’autodisprezzo, l’auto-indulgenza e la mancanza di ambizione. E lo sta dicendo una donna araba non femminista."

Nel corso della serata le sue parole sono equilibrate, traspare sempre l'individuo che è riuscita a diventare, restia a farsi appiccicare etichette che, dice, ci fanno annoiare di noi stessi, rivendica la libertà di essere molteplice, di poter cambiare, di "poter andare a cercare il mondo intero dentro noi stessi. Non una battaglia collettiva, ma l'espressione di una voce individuale che ci aiuti a ritrovare noi stessi e gli altri, che ci insegni ad amare e a soffrire meglio. Perché i giorni in cui non si ha voglia neppure di scendere dal letto ci saranno sempre, per tutti, è normale".   

Il femminismo per lei è caduto in tante trappole, fra cui, per esempio, la sua voglia di far somigliare le donne all'uomo o quella di trasformare l'uomo in un nemico, ma l'uomo può essere e, secondo Joumana, è, se lo vogliamo, un complice della donna.

Le mie parole qui non le rendono giustizia, vi lascio quindi con un invito alla lettura di una sua poesia.

Io sono Lilith la dea delle due notti che torna dall’esilio

Io sono Lilith la dea delle due notti che torna dall’esilio.
Io sono Lilith la donna destino. Nessun maschio ne è sfuggito, nessun maschio ne
vorrebbe sfuggire.

Io sono Lilith che torna dalla cella dell’oblio bianco, leonessa del signore e dea delle due notti. Raccolgo ciò che non può essere raccolto nella mia coppa e lo bevo perchè sono la sacerdotessa e il tempio. Consumo tutte le ebbrezze perchè non si creda che io mi possa dissetare. Mi faccio l’amore e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uccido i miei amanti per far posto a quelli che non mi hanno ancora conosciuta.

Dal flauto delle due cosce sale il mio canto
E dalla mia lussuria si aprono i fiumi.
Come non potrebbero esserci maree
Ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso?

Non sono la ritrosia nè la giumenta facile,
Piuttosto il fremito della prima tentazione.
Non sono la ritrosia nè la giumenta facile,
Piuttosto lo svanimento dell’ultimo rimpianto.

Io sono la leonessa seduttrice e torno per coprire i sottomessi di vergogna
e per regnare sulla terra.
Torno per guarire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva.

Io sono Lilith
E torno dal mio esilio
Per ereditare la morte della madre che ho generato.

Joumana Haddad
da Il ritorno di Lilith - عودة ليليت
(Traduzione di Oriana Capezio)
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Thursday, September 02, 2010

Issiz Adam - Alone

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Cemal Hünal in una scena di Issiz Adam - Alone
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Alper è bello, è sfrontato, è sicuro di sé. Ha successo, ha tante donne (a pagamento), non si fa problemi, non crede in niente. E' un uomo solo. Le strade del centro di Istanbul incorniciano la sua vita, il suo ristorante alla moda e il suo appartamento "superfico".

Alper, trentenne, è il tipico uomo mediterraneo, il tipico maschio latino (in via di estinzione), ama sedurre, soprattutto se stesso, considerata la quantità di scene in cui lo vediamo davanti a uno specchio, sotto una doccia, indossare camice cangianti e magliette attillate. Alper ama e colleziona dischi di musica pop turca anni '70, generoso durante tutto il film ce ne fa ascoltare una magnifica selezione. La vita di Alper ha tutta l'aria di essere piena, appagante, realizzata. Alper ama fare sesso, ma è abituato a dormire solo.

Alper un giorno si invaghisce di Ada (Melis Birkan), incontrata casualmente in una polverosa libreria, libri e dischi, occasioni di seconda mano. Lui cercava una rarità musicale molto vintage, lei, non a caso, una copia usata di Far from the Madding Crowd. Lei, come da copione, restiste alle sue scontatissime avances, inizialmente gli corregge gli errori di sintassi. Lui non desiste, lei lentamente cede. Alper in cucina ha le mani d'oro. Complice una torta di carote e cannella, lei gliela dà.  Lei lo convince. Lui si innamora, poi si spaventa, tronca, netto. A relazione interrotta, Alper che è un uomo vero, si intenerisce, si pente, piange. Non capisce più niente, ma è troppo tardi.

Anche noi spettatori, cui il film è dedicato, piangiamo un po' a fine propiezione, per questa storia d'amore che non finisce bene, che è nostalgica al punto giusto, senza essere mielosa.

Alper è l'uomo mediterraneo nuovo che, alla fine, capisce che non ci sarebbe stato nulla di male a lasciarsi andare, a lasciarsi amare. E piange.

Issiz Adam è una pellicola del 2008 per la regia di Çağan Irmak. Alper è interpretato da Cemal Hünal.
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Wednesday, August 25, 2010

Casanegra - كازا نكرا

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Anas el-Baz e Omar Lotfi in Casanegra di Noureddine Lakhmari
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Casanegra, in onore e in contrapposizione a Casablanca, la città marocchina, del regista  Noureddine Lakhmari, è un filmetto che si lascia guardare, gli ingredienti ci sono tutti e diversi riconoscimenti non sono mancati da varii Film Festival fra cui il 5° Dubai International Film Festival: "migliore fotografia", "migliore attore" ex-aequo per Omar Lotfi e Anas el-Baz, rispettivamente Adil e Karim (vagamente somigliante al nostro Alessandro Gassman). In realtà attori non proprio professionisti che il regista è andato a stanare proprio dalle strade di Casablanca.

I due protagonisti cercano, come possono di sbarcare il lunario, sigarette di contrabbando, piccoli furti; per uno la speranza di emigrare presto per Malmö, Svezia, per l'altro il sogno di conquistare il cuore di una bella borghese. Finché un giorno arriva il "grande affare" che cambierà la loro vita, che per poco non li farà finire in gattabuia. Di contorno miseria, sporcizia, barboni e ubriaconi della spietata megalopoli, la luce è quasi perennemente giallastra, dai lampioni che di notte illuminano la città; le inquadrature quasi sempre dal basso; la musica, di Richard Horowitch, nostalgico-suadente; la lingua di strada, adderja pura, un insulto per le orecchie di chi racconta che l'arabo è soltanto uno...

Non si tratta di un brutto film, tutt'altro, peccato però che il regista non sembra aver fatto una scelta decisa: denunciare, denuncia, ma in maniera troppo soft; criticare, critica, ma si ha durante tutto il film l'impressione che in fondo non voglia colpire alcuno; l'ingiustizia sociale è rappresentata ma gli stereotipi abbondano: il papà violento-il figlio ribelle, il papà invalido-il figlio responsabile, la borghese divorziata in cerca del giovanotto rampante, il criminale analfabeta-la tenutaria di bordello, il minorato mentale sempre col sorriso sulla bocca e così via. Forse le mani sono state legate a causa del consistente e lodevole sussidio statale alla pellicola?

Per carità, ben venga un film che è stato ritirato dal Festival du film de Marrakech, per non urtare la sensibilità di sua altezza reale, che lo presiede, il principe Moulay Rachid (fratello dell'attuale re del Marocco), stupisce però che il pubblico e la critica occidentale non abbiano preteso qualcosa che andasse un po' oltre le belle faccine dei due attori...

Di gran lunga migliore è a mio avviso un altro omaggio a Casablanca:  WWW-What a Wonderful World, di Faouzi Bensaïdi del 2006, ma di questo parlerò una prossima volta.
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Tuesday, July 20, 2010

L'amore a tutti i costi...

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Lars (Thure Lindhardt) e Jimmy (David Dencik) in Brotherhood

Di recente ho visto due film che parlavano di amore, in particolare di amore gay. Ancor più in particolare di amore gay avversato, contrastato per ragioni diverse.

Si tratta di Eyes Wide Open e Brotherhood-Fratellanza (Broderskap) rispettivamente dell'israeliano Haim Tabakman e del danese Nicolo Donato. Apparentemente non dovrebbero avere nulla in comune questi due film.

Il primo ci catapulta in un quartiere ebraico-ortodosso di Gerusalemme dove il trentottenne Aaron, devoto macellaio, marito e padre di quattro bambini, inciampa e si innamora del diciannovenne Ezri, prestante giovanotto studente di Talmud.

Il secondo ci fa precipitare nell'universo dei neonazisti di una non meglio definita località della Danimarca. Qui Lars, deluso dalla vita in divisa, ci fa scoprire che un cuore che batte ce l'hanno anche quelli tanto minacciosi tutti coperti di tatuaggi. Infatti Jimmy che legge testi inqualificabili e la notte va a caccia di gay e di extracomunitari da picchiare, non potrà che sciogliersi di fronte alla passione che nasce in lui per Lars.

In entrambi i film, i protagonisti vivono in universi chiusi che non conoscono e non riconoscono vie d'uscita, pena l'esclusione sociale o addirittura la morte. In entrambi i film, uno dei due protagonisti, quello che in minima parte si accetta di più, induce l'altro a "soccombere" alla natura dell'amore. In entrambi i film, inizialmente, il sedotto cerca di contrastare ciò che non capisce o che finge di non capire, per poi cedere incodizionatamente. In entrambi i film, i membri delle due claustrofobiche comunità, quella ebraico-ortodossa da una parte e quella neonazista dall'altra, condanneranno e puniranno per le vie di fatto le due coppie di sventurati...

Mi sono piaciuti molto questi due film e consiglio a tutti di non perderli. Mi sono piaciuti per la loro semplicità nel descrivere la nascita di un sentimento ovviamente universale senza esprimere giudizi, non vi è alcun momento, nell'uno o nell'altro film, in cui si esprime una condanna per i peculiari modi di vita delle due comunità descritte, al massimo una punta di ironia: Lars è stupito che Jimmy passi le notti a sfondare le finestre delle case degli extra-comunitari con i mattoni e al mattino beva rigorosamente birra biologica...

Desiderio, identità, pregiudizi, fede sono i temi affrontati con intensità senza però scadere in vacui sentimentalismi dai due registi, entrambi al loro esordio cinematografico. L'amore fra uomini che ritraggono è un amore istintivo, a volte leggermente brutale, forse perché a lungo incofessato. Gli odori sono sempre forti, che siano gli interni della macelleria o il sudore di quasi soli uomini che, inneggiando a idiozie, si radunano in teatri troppo angusti.

Eppure non mancano calore e dolcezza, tenerezza e stupore immezzo a questi peli, a questi tatuaggi, a questa barba lunga che sicuramente deve pizzicare tanto!
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Aaron (Zohar Strauss) e Ezri (Ran Danker) in Eyes Wide Open - עיניים פקוחות
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Sunday, June 27, 2010

Much ado about nothing...

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João Gabriel Vasconcelos e Rafael Cardoso si amano in Do Começo ao Fim
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Ieri sera al Festival Mix del cinema gay lesbico, Milano si è scoperta sorprendentemente lusofila al punto che molti e molte, a causa del sovraffollamento, hanno dovuto rinunciare ad assistere al film in programmazione. Ahimè, arrivato all'ultimo momento, anch'io ho subìto questa sorte. Rientrato a casa, piuttosto contrariato, ho provveduto a supplire con le meraviglie che la tecnologia odierna offre a chi non si cura troppo dei diritti di autore e ora posso affermare che non tutto il male viene per nuocere... otto euro da spendere meglio!

Dall'inizio alla fine Do começo ao Fim non ha né capo né coda.

A Rio de Janeiro, Julieta è una donna medico di vedute aperte, divorziata e risposata, madre di due figli Francisco e Thomás, primo e secondo letto, sei anni di differenza. Intrattiene ancora ottimi rapporti con Pedro, il padre di Francisco, e ha accolto nella sua casa Rosa, la sua migliore amica, che prima di lei aveva avuto una breve relazione proprio con Pedro. Alexandre, un architetto, è l'attuale compagno di Julieta nonché padre di Thomás. Un'infanzia felice senza alcuna tensione è quella che vivono i due bambini molto affettuosi uno verso l'altro, per i due papà forse troppo, che d'un tratto ritroviamo a dieci anni di distanza, alla morte della madre per un incidente d'automobile, fattisi giovanotti atletici e perfetti, ma non solo: anche innamoratissimi uno dell'altro.

Omosessualità e incesto in un botto! Peccato che i novanta minuti del film non offrano in realtà alcun momento problematico, di scoperta, di dubbio, di crisi, di conflitto interiore, nulla è messo in discussione, mai. Tutto è naturale anche quando è impossibile che lo sia: la relazione incestuosa tra i due fratellastri, per esempio, non desta il minimo segno di condanna o di stupore da parte dell'allenatore di nuoto di Thomás che non solo ne prende atto ma usa mille attenzioni per annunciare a Francisco che il fratello è stato selezionato per gli allenamenti olimpionici che si terranno in Russia, sapendo che questa separazione sarebbe stata traumatica per i due amanti. I due protagonisti crescono e lo spettatore è privato di uno dei momenti di maggior potenziale  del film, quello del risveglio della sessualità nei due ragazzi, il passaggio dal sentimento fraterno di protezione e di affetto a quello di vera e propria attrazione fisica. Aver rimosso ogni difficoltà rende la storia poco verosimile e molto fragile. Tutto è ripreso e avviene sempre letteralmente sotto la luce del sole, anche le scene di amore e sesso. Bellissime ma troppo simili a spot pubblicitari di creme per il corpo.

In Brasile il film fece parlare tanto di sè prima dell'uscita nelle sale, anche perché, non autorizzato, girava in rete questo filmato di prova. A me è sembrata un'occasione persa, l'ennesima estetizzazione di quella parte glamour del mondo gay che vuole tenersi lontana da qualsiasi dibattito, da qualsiasi lotta. 
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Thursday, June 24, 2010

Coppie s-coppiate, spaccate, specchiate e un film...

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Sulle coppie, etero o gay che siano, sono manifestamente cinico, molto cinico. Al punto che, a volte, quando mi dicono che una coppia si è sfasciata, (soprattutto se di quelle solide, pluridecennali, che nessuno se lo sarebbe immaginato),  vorrei mandare ad ognuno/a dei due un bigliettino di congratulazioni per il felice evento. 

A me le coppie non piacciono. A me piacciono gli individui, uomini o donne che siano: etero, lesbiche, gay, trans, intersex, queer o mix quello che più vi piace basta che siano individui.

Capita spesso che di fronte a una coppia io mi senta in imbarazzo, perché mi trovo di fronte a un'entità indistinta, composta da due soggetti indifferenziabili, accozzati fra loro, indistricabilmente associati: rivolgendomi a uno, con mio orrore, a volte mi risponde l'altro, sostuituendosi, rubando la parola e l'istante al compagno o compagna. L'ammutolit* a volte mostra una certa insofferenza per l'ingerenza dell'amat*, altre volte invece si dà il caso che ne sia più che felice, è bello avere un compagn* che ti solleva persino dal dovere aprire bocca, che fa proprio tutto per te, che al bisogno ti rimpiazza...

La coppia allora è questo? Mi metto insieme a qualcuno per semplificarmi la vita, al punto anche da perdere all'occorenza la mia identità? A me vengono i brividi, a qualcuno però piace così. 

Pasolini definiva il matrimonio «piccolo patto criminale» o «grigio e affrettato rito funebre»...

Partendo dal presupposto che tutti i cittadini e cittadine di una nazione civile debbano assolutamente avere eguali diritti e doveri, a me fa specie il desiderio, l'aspirazione all'uniformazione di certuni e certune (fino a pochi decenni fa erano demonizzati al punto da dover vivere i loro desideri in totale clandestinità) che oggi vorrebbero, nei casi più estremi, sposarsi addirittura in chiesa. Masochismo al quadrato. A mio avviso sono vittime di una vera e propria campagna normalizzatrice perpetrata affinché il potenziale rivoluzionario di cui sono sempre portatori i "diversi" venisse completamente neutralizzato. I "valori" di tutti devono essere standard, se questi tutti li si vuole comodamente controllare, e il miglior metodo per controllare chi è "diverso" è normalizzarlo e assorbirlo, quale miglior cosa quindi se non indurre in gay e lesbiche il desiderio di coppia stabile, istituzionalizzata, che va in vacanza assieme ad altre coppie (i famosi multipli di due delle agenzie viaggio e dei tour operator), che compra la macchina nuova ogni due anni, che festeggia l'anniversario di matrimonio dei suoceri e via discorrendo...? Il mondo è stato ridotto a un grande mercato e in coppia si spende di più!

Why all these rantings you may ask?

Le sequoie... la risposta sono le sequoie di Redwoods, il film che ho avuto la malaugurata idea di andare a vedere ieri sera al Festival Mix del cinema gay lesbico a Milano.

In s-coppia da sette anni, immersi nello scenario dei parchi nazionali californiani, Everett comincia davvero a stancarsi di suo marito Miles, un precisino maniaco-ossessivo. Immezzo a loro c'è un figlio, un ragazzino autistico, nessuno ci dice da dove sia arrivato, sta solo lì immezzo. Poi, mentre Miles e il ragazzino partono per Seattle, non si capisce bene perché, sbuca fuori Chase, un aspirante scrittore, chiede un'indicazione stradale a Everett, il giorno successivo si incontrano in un negozio di antiquariato e il giorno appresso a quello si rotolano fra lenzuola a righe colorate giurandosi amore eterno. L'idilio dura meno di una settimana, Miles e il ragazzino anticiperanno il loro rientro, nonostante i giorni siano contati Everett riesce a: portare a cena Chase dai suoi genitori, fare incredibili passeggiate in montagna, andare a pesca, sguazzare nei laghetti, mangiare cinese dal take away raggomitolati sul divano, leggere le bozze del romanzo di Chase e molto altro... A cena la mamma chiaramente si invaghisce subito del nuovo amico di suo figlio, meno rompiballe e più easygoing del genero ufficiale..., Chase l'aiuterà persino a rigovernare e asciugare le stoviglie, al primo invito a casa! Al rientro del marito l'abbozzo di una fuga verso la libertà, poi il ritorno al dovere e al buon senso per Everett. Cinque anni dopo, lo spettatore ormai esausto, scopre che i due vivono ancora insieme, infelici e scontenti, il bello e tenebroso Chase invece è morto a causa di un tumore fulminante. Il finale è condito dall'apertura di uno scrigno di legno, primi piani al lucchetto e alla chiavina, foto ricordo e l'edizione stampata del romanzo, forse postumo, all'interno.

Se non state ancora dormendo, bevetevelo un buon caffè, da soli o in compagnia, purché sia Latazza... :)
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Tuesday, June 08, 2010

Ajami - עג'מי‎ - عجمي‎

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Tel Aviv-Yafo chissà se mai la visiterò. Di certo, ormai, mi conviene aspettare il rilascio di un nuovo e immacolato passaporto. I numerosi visti, multipli e spesso di cortesia, per paesi come Siria, Libia, Kuwait, Qatar, Giordania, Egitto, Marocco e Tunisia renderebbero tutt'altro che piacevole il mio passaggio attraverso l'Immigration & Customs...

Per fortuna però che la cinematografia israeliana è ricca e negli ultimi anni non mi sono risparmiato per supplire a un vero viaggio in Israele: Girafot (Giraffe) di Tzahi Grad, Nissuim fictivim (Matrimonio fittizio) di Hayim Bouzaglo, Ha-haym al pi Agfa (La vita secondo Agfa) di Assi Dayan, Shnat Efes (Anno Zero) di Joseph Pitchhadze, The Syrian Bride (La sposa siriana) e Lemon Tree (Il giardino dei limoni) di Eran Riklis sono alcuni dei film visti che ancora ricordo.

Settimana scorsa a Utrecht è stata la volta di Ajami per la regia di Scandar Copti e Yaron Shani, il primo cristiano-arabo-israeliano, il secondo ebreo-israeliano.

Ajami è il nome di un sobborgo degradato e "multi-etnico" di Jaffa dove convivono forzatamente arabi ed ebrei, cristiani e musulmani, persone oneste e spacciatori e criminali, ricchi e poveri, dove si condensano storie e drammi quotidiani. La trama del film ha inizio con l'uccisione di un ragazzino per un regolamento di conti fra bande di spacciatori. I killer però confondono un fratello per un altro, da qui si innesca una lunga serie di ritorsioni e vendette. Cinque storie si intrecciano e ci vengono narrate da diversi punti di vista e di partenza. La realtà è contorta, la verità multipla e questo film-quasi-documentario riesce bene nel suo tentativo di mostrarcelo. Non ci sono buoni o cattivi, vittime o colpevoli, e la vita, quella vera è sempre più complessa dell'agenda politica di alcuni facinorosi sedicenti attivisti pacifisti...

Il conflitto c'è ed è ben rappresentato ma non si limita alla superficiale separazione fra arabi e israeliani, qui troviamo arabi cristiani e arabi musulmani, arabi con cittadinanza israeliana e arabi clandestini, arabi inurbati e beduini delle campagne, ricchi e poveri in ognuna delle categorie, tutti in conflitto fra loro. Insomma un vero e proprio incubo per l'Israel Tourism Board che a fatica ci vuole vendere il paese come meta di sole e mare, di falafel e spiagge gay-friendly...

L'amore fra una cristiana e un musulmano finisce male, la polizia generalmente è corrotta, i fratelli cadono da soldati o sono uccisi dalla faida delle cosche, i papà sono brutti e cattivi, tutti sono fragili ma giocano a fare i duri: siamo in medio oriente e un maschio deve essere ancora un maschio anche se vorrebbe piangere per la madre malata.

La lingua è quella autentica, l'arabo della strada che in Israele è continuamente colorito da espressioni ebraiche, i sottotitoli in olandese sono stati provvidenziali dove proprio non arrivavano le mie conoscenze del parlato. Gli attori, quasi tutti non professionisti, donano al film autenticità e immediatezza.

Meritati tutti i premi e i riconoscimenti che il film ha ricevuto, consiglio di non perderlo, anche se purtroppo in Italia o non arriverà o bisognerà attendere qualche specifica rassegna per non vederlo massacrato dal doppiaggio.
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Friday, May 28, 2010

Il segreto dei suoi occhi...

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Ieri sera un invito estemporaneo da parte di M. e mi ritrovo al cinema Apollo per l'anteprima italiana de El Secreto de sus ojos per la regia dell'argentino Juan José Campanella.

Benjamín Espósito, funzionario del tribunale di Buenos Aires, andato in pensione, non riesce a liberarsi dai ricordi di un particolare caso di omicidio. Decide di scriverne un romanzo, il film ne ripercorre la storia e il filo dei ricordi si dipana ben aldilà del caso giudiziario.

Ne consiglio vivamente la visione, per la sua complessità, per la bellezza delle immagini, per la perfezione della sceneggiatura, per la sua intelligenza. 

Riporto le parole del regista senza altro aggiungere:  

"Un vecchio che mangia da solo. E' stata questa immagine a catturarmi e, alla fine, a farmi prendere in considerazione il romanzo. Non il crimine. O la suspense. O il genere. Il Vecchio che mangia da solo. Come fa una persona a ritrovarsi sola nella vita? Quel Vecchio si chiede come è finito a mangiare solo in un bar senza nessuno accanto? Lo si può ignorare, dimenticare o nascondere per un po', ma il passato finisce per ripresentarsi. Forse durante il secondo atto della sua vita il Vecchio è riuscito ad ignorare cosa aveva fatto nel primo atto, ma se vuole riuscire ad arrivare bene al terzo atto, dovrà affrontare tutto ciò che ha lasciato in sospeso.

Non lo considero un "film noir". Il "piatto forte", le forze motrici di questo film sono un amore non dichiarato durato anni, la frustrazione e il vuoto percepito dai personaggi principali. Il genere "noir" è solo il vassoio sul quale la pietanza principale viene servita.

La memoria mi affascina. Il modo in cui le decisioni che abbiamo preso venti o trent'anni fa possono condizionare la nostra vita presente. Questo discorso vale anche per la memoria di una nazione. Riesaminando la storia del nostro Paese negli anni '70, oggi sappiamo che quell'orrore ha avuto inizio prima della dittatura militare. La storia si svolge in un'Argentina in cui l'atmosfera cominciava ad incupirsi, ad intorbidirsi, finendo coll'avvolgerne anche i protagonisti.

Il mio obiettivo era quello di narrare una storia che raccontasse di personaggi minuti - che vagano in un mare di gente, tra enormi strutture, persi nella folla - e dei loro occhi. La storia di un uomo che cammina alla stazione del treno, cento metri più avanti, con cinquecento persone tra noi e lui. Cosa potremmo capire di lui se, improvvisamente, senza stacchi, passassimo ad un primissimo piano dei suoi occhi? Quali segreti potrebbero rivelarci?

Forse i segreti su una storia come questa: una storia che parla di omicidio, certo, ma soprattutto una storia che parla d'amore. Una storia che parla d'amore nella sua forma più pura. Un amore finito prima ancora di sbocciare, senza nemmeno il tempo di sfiorire e di morire. Come avrebbe potuto essere vissuto un amore così? Quali effetti avrebbe sulle persone coinvolte? Quali atti di pazzia potrebbero compiere occhi come questi quando l'amore venisse loro portato via?

Queste sono le domande che il film si pone e alle quali forse trova risposta solo nelle vite dei suoi personaggi."

Juan José Campanella
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Friday, May 21, 2010

Qualcosa si muove, qualcosa no...

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Una piacevole scoperta martedì scorso: Villa Pallavicini, a Milano in via Meucci 3, in fondo a via Padova. Ci sono andato per la proiezione di "2 Volte Genitori" e anche perché poi sarebbe seguito un incontro con Ivan  Scalfarotto, vicepresidente del PD, e un consigliere comunale di Milano. L’Associazione culturale, inaugurata nel 1996, conta oggi migliaia di soci, e innumerevoli iniziative realizzate in ambito culturale, ricreativo e sociale.

Il film di Claudio Cipelletti è "un viaggio in sei capitoli che parte da quel giorno, quell’ora e quell’istante in cui tutto è cambiato, il momento della rivelazione dell’omosessualità di un figlio o di una figlia". Senso di perdita, senso di colpa, bisogno di capire e riconciliazione. Uno spaccato in lungo e in largo dell'Italia di qualche anno fa, quel 2007 del festoso Gay Pride a Roma e dello sfigatissimo Family Day, e di mamme e di papà italiani che la cosa principale che raccontano è riassumendo: "se qualcuno ce lo avesse detto, se da qualche parte, in qualche libro per futuri genitori, per esempio, ci fosse stato scritto "potrai essere il padre o la madre di un ragazzo gay o di una ragazza lesbica", invece no, "ci siamo trovati di fronte a un nulla, a un vuoto di informazioni e di sostegno".

Il film commuove senza essere mai lacrimoso e istruisce senza essere mai pedante. Il dibattito che lo ha seguito invece mi ha lasciato molto perplesso e alquanto amareggiato, in sala oltre al vicepresidente del PD, il regista Claudio Cippelletti e una mamma di Agedo. Un signore sulla cinquantina prende la parola, dichiara di essere padre di un ragazzo omosessuale, fa i complimenti per il film ma tiene a precisare che a suo avviso esso è troppo parziale: mostra unicamente storie a lieto fine. La sua, di storia e di ferita, è ancora aperta e sanguinante, vuole fare una denuncia: Arcigay è complice a Milano dello squallido panorama dei locali affiliati per il "sesso spersonalizzato" che molto poco hanno a che vedere con ricreazione o cultura. Sconcerto e brusio in sala, il vicepresidente del PD subito prende la parola e zittisce il "sovversivo": "Lei ha parlato abbastanza, lasci spazio anche agli altri presenti", nessuno desidera però prendere la parola, il signore cinquantenne vorrebbe allora aggiungere qualcosa, "conosciamo già la sua opinione, il suo è un vissuto di disagio, quando faremo una serata dedicata al disagio allora lei potrà parlare", una persona del pubblico prega I. S. di smetterla e di far terminare il signore visto che se gli si è data la parola ora è assurdo zittirlo. Il vicepresidente del PD stizzito acconsente. E' presente anche la mamma, la moglie del signore cinquantenne, I. S. le chiede di indicare il nome di suo figlio, la signora esita e lui incalza e arriva a dichiarare che a suo avviso i due stanno mentendo, "un figlio forse non ce l'hanno neppure". E per quale ragione dovrebbero mentire? Per di più abitando in zona molti dei presenti li conoscono personalmente e conoscono loro figlio. Sono sconcertato nel constatare l'arroganza di questo vicepresidente gerarchetto democratichello che sta offrendo una scena di prevaricazione degna di un regime comunista.

Si passa ad altro. Dalla prima fila un ragazzo educato, dall'aria distinta, si riallaccia all'intervento di un signore che per riportare ordine nel dibattito invitava a parlare di matrimonio gay e di diritti civili. Il giovane, rivolgendosi a I. S., ci riporta al non poi così lontano 2008: in Consiglio Comunale a Milano si votò per una mozione su unioni civili e istituzione di un registro delle coppie di fatto etero e omosessuali. 27 contrari, 23 favorevoli, 3 astenuti: mozione bocciata. Il centro-sinistra votò a favore, con alcune significative eccezioni. Votarono contro Fanzago, Granelli e Spirolazzi (PD, ex margherita), astenuto Cormio (PD). Assenti al momento del voto i tre consiglieri Colombo, Comotti, Zaycich, sempre del PD. Il voto-non voto del PD fu determinante: se i tre consiglieri contrari si fossero almeno astenuti, e se due dei tre assenti avessero votato, il risultato sarebbe stato 25 a 24. Claudio Cipelletti si fa portavoce di un messaggio del consigliere comunale assente: "il PD è pronto, aperto e disponibile a portare avanti il dibattito in consiglio comunale per la partita sui diritti civili delle coppie di fatto". Peccato che negli ultimi due anni si sia tenuto invece proprio schiscio, docile e sottomesso, apparentemente, per non dare fastidio alle gerachie degli ingonnellati. Il giovane ragazzo chiede al vicepresidente del PD: "Quale sarebbe la posizione del PD domani se in Consiglio Comunale fosse ripresentata una mozione simile a quella del 2008, cosa farebbero i suoi soci...?". Di nuovo un po' di scompiglio, in questo tempio culturale della sinistra l'ironia non è ben accetta. Ivan Scalfarotto ribatte, arrampicandosi sui vetri, citando la variegata provenienza della fauna che compone il suo partito e le sue diverse "sensibilità". Deludente e politicante, un giovane già vecchio.   
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Guardarsi allo specchio, ogni tanto, centro-sinistra?
Just an idea...
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Sunday, May 02, 2010

Wahed Sefr - واحد صفر - Uno a Zero

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Era il 9 luglio del 2006. Il mio volo easyjet da Lisbona potè partire solo a impresa di Zidane compiuta. Si disputava la finale del campionato mondiale di calcio. Il mondo si era fermato.

E' il 2006 anche in One-Zero della regista egiziana Kamla Abou Zekri, la sera si giocherà la finale dell'African Cup of Nations. L'Egitto si prepara ad essere paralizzato. Tutto è nella norma. Dal mattino cominciano i preparativi per la serata da passare in compagnia, seduti, inebetiti di fronte a un televisore.

Sono otto o nove i personaggi principali attorno ai quali si costruisce il film il cui merito sicuro è quello di cercare di offrire un ritratto il più possibile onesto dell'Egitto di oggi, nello spettro completo che va dalla più infame povertà all'agiatezza della buona borghesia copta, dalla modesta condizione di chi lotta quotidianamente per una vita almeno dignitosa al lusso del denaro facile di un presentatore della TV. Ogni personaggio viene messo di fronte alle proprie debolezze, senza ipocrisia, siano esse l'abuso di alcool, lo spaccio di droga, il voglia incontrollata di una maternità che ha tardato ad arrivare, il desiderio di soldi, l'insicurezza in merito al proprio talento...

Nessuno però trova una risposta e una partita di calcio vinta, sia pure la finale di una coppa dei campioni, non basterà a risolvere la crisi.

E' tremendamente sincera, anche se recitata un po' sopra le righe, la scena in cui una cantante di successo (più per le sue forme che per la sua voce) viene premeditamente e pubblicamente umiliata durante una trasmissione televisiva. Colpiscono le tante scene di vita letteralmente urlate, disperate: le liti fra madri e figli, fra zii e nipoti, fra capi e sottoposti, fra colleghi, fra amanti, in contesti degradati e deprivati di umanità.

Il poliziotto corrotto, il medico sfaticato, il guardiano depresso affiancano la commessa zelante, il venditore di falafel gentile e genuino... Non tutto è perduto forse. E poi la sera l'Egitto vincerà, tutti ne sono certi. La scena finale viene effettivamente girata al Cairo il giorno in cui l'Egitto giocando contro il Camerun vince 1-0 la coppa dei campioni d'Africa 2008. Si scende in strada, si festeggia, lo spirito dei protagonisti si solleva, si dimenticano i contrasti le differenze, cristiani e musulmani, ricchi e poveri per una sera si abbracciano, i colori della notte sono caldi, qualcosa tuttavia ci dice che aldilà delle apparenze domani tutto tornerà come prima, nulla sarà risolto se non lotteremo, se non pagheremo il giusto prezzo, ognuno per il proprio posto al sole.

Non credo sia un caso che questo film sia stato ideato, scritto, fotografato, montato e diretto da donne.
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'Khaled Abol Naga in Wahed Sefr - واحد صفر

Khaled (Mohamed Sami) Abol Naga è un attore che si lascia guardare con piacere. Dal passato di indossatore, portiere della nazionale egiziana di water-polo, brillante studente di ingegneria delle telecomunicazioni e presentatore tv, oggi è uno dei più promettenti attori egiziani della nuova generazione nonché Goodwill Ambassador dell'UNICEF. Qui una sua intervista a Gay.it in merito alla lotta all’AIDS/HIV, ai giovani, al sesso, alla tv... Oltre che bello anche interessante questo ragazzone che alcune voci maliziose in Egitto danno per gay. Perfection then. 

Friday, March 26, 2010

The Prophet, just another review...

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Il Profeta di Jacques Audiard scuote, scombussola, come di norma deve un buon thriller.

L'orizzonte è ristretto, le alte mura del cortile lo contengono, i rapporti umani sono forzati, più del solito.

Tahar Rahim interpreta Malik El Jebna (Angelo del Formaggio, in traduzione...) un diciannovenne che si becca sei anni di galera, per qualcosa di poco conto. Nelle due ore e mezza in cui lo vediamo evolve alternando l'umano, l'angelico e il bestiale. Lo spettatore sprofonda nella corruzione, nella violenza, nella perversità. Il doppio, il triplo e il quadruplo fine. Tutto è condito da una buona dose di veridicità (quasi tutte le comparse sono dei veri carcerati) e da tante lingue e dialetti. Malik oltre a imparare ad uccidere, in carcere impara a cucire i jeans, a leggere e scrivere, e a parlare corso. Angelicamente. Da gangster.

Un mondo nel mondo, una legge fuori dalla legge, tutto è guasto e nessuno è risparmiato: giudici, avvocati, guardie, predicatori e devoti praticanti.

Non c'è spazio per alcuna catarsi, sei anni passano e Malik esce di galera trasformato da Angelo (ملاك) in Re (ملك) la pronuncia in arabo è quasi identica, re della malavita e della criminalità organizzata.
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Da qui in giù pericolo di spoiler...

A Malik, timido diciannovenne, per poter continuare a vivere viene chiesto di uccidere. Lui non ha dubbi: "io non uccido un c... di nessuno". Chiede un colloquio con il direttore del carcere, impossibile, uno con il capo della sezione carceraria in cui è rinchiuso, impossibile. In risposta: uno squadrone di picchiatori, capitanato da una guardia, entra nella sua cella al grido di "Qui la legge siamo noi", mette in chiaro alcuni concetti di base sulla convivenza in gattabuia stringendogli un sacchetto di plastica sul volto fino a quasi soffocarlo, e Malik decide che vuole continuare a vivere. Uccide. Risparmio i dettagli. Ucciderà di nuovo in una delle scene che mi hanno più colpito: una carneficina all'interno di un'automobile. Malik riemerge, assordato, da sotto a quattro cadaveri che deve letteralmente togliersi di dosso. Il dramma di Audiard però non vira mai al pulp.

L'apparente buona condotta permette a Malik di ottenere dei permessi di libertà controllata di dodici ore, alcune di queste uscite offrono suggestivi squarci di vita: il bucolico ritiro provenzale del mafioso di turno, Malik che bagna i piedi nel mare, Malik che prende per la prima volta un aereo, Malik che cena a casa di un ex-compagno di prigione in un contesto familiare. E' il Malik angelo.

Rimane il dubbio sulla sua metamorfosi, inconstistente l'attribuzione del titolo di "profeta". Malik è perseguitato dal fantasma dell'uomo che ha dovuto uccidere per vivere e questo apparentemente gli dà la possibilità di prevedere alcuni eventi. Nulla di più. Alcuni riferimenti al non mangiare halal, al Corano, a Maometto sembrano proprio un po' forzati. Come l'imperativo إقرأ, Leggi!, che compare a un certo punto sullo schermo... out of the blue.

Di positivo, durante tutto il film, la totale assenza di giudizio verso ognuno dei caratteri rappresentati. Non male il doppiaggio in italiano, avrebbero solo potuto lasciarci ascoltare un po' più di corso.
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Monday, March 22, 2010

Un punto fermo | A stand-still

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It surprises you a little, it bores you a little: Ahmad Abdallah’s Heliopolis – هليوبوليس . His debut as director.

You get surprised as you expect something different when you think of Egyptian films. Instead it feels close to Western sensitivity, or better European. Ahmad Abdallah dares criticizing today’s Egypt, its political situation and he does it almost whispering. He shows you life in the absurd thirty years’ long “state of emergency”. He does it quietly, no desperate outcry, a modest budget and lots of nostalgia.

You get bored expecting until the end of the film that something might happen, that something might change. But no. Everything is languishing, everything is discouraging.

Khaled Aboul Naga, handsome celebrity in Egypt, is Ibrahim: Ain Shams University graduate documenting with his small digital video camera what remains of Heliopolis, an old district in Cairo that is losing (or has now lost) its peculiar cosmopolitan flavour. Distant in memory are the times in which Arabs shared their daily way of life with the British, the French, the Italian, the Belgian, the Greek and the Armenian communities, and those who saw all this fade away now regret it. Glorious and decadent buildings of the beginnings of last century are what is left to Ibrahim for filming and as only remnants of that past.


In the same place, during the same day, we witness the ordinary existences of few other characters of which each journey lightly touches that of the others. A couple looking for too modern a fridge for a flat they still have to find, a Coptic doctor about to emigrate to Canada, a three stars funduq employee who ran away from the poverty of her countryside village, a sentinel that we never see leaving, if not for a few steps, his sentry box. He is silent, his gaze into the void, listening to Fayrouz and eating chapati bread and fuul. He prays on a flattened carton serving as a sajjada (سجادة). He befriends a stray mutt and will have to leave it to its destiny. He’s the character I most loved. Night comes he has to jump on a military van, already packed with his brothers in arms, to reach the barracks.


A passive and resigned universe, a very Italian Egypt, we see. Nowadays Italy is very Egyptian.
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Un po' stupisce, un po' annoia questo Heliopolis - هليوبوليس di Ahmad Abdallah. Film di esordio.

Stupisce perché ti aspetti qualcosa di diverso quando pensi a un film egiziano. E invece ti ritrovi molto più vicino a una sensibilità occidentale, o ancor più a una europea. Ahmad Abdallah ha il coraggio di criticare l'Egitto di oggi, la situazione politica e di farlo in maniera quasi sussurrata. Ti mostra la vita di chi è costretto a fronteggiare quotidianamente le assurdità di uno "stato d'emergenza" che dura da oltre trent'anni. Lo fa pacatamente, senza alcun urlo disperato, con un budget modesto e tanta nostalgia.

Annoia perché ti aspetti fino alla fine del film che qualcosa accada, che qualcosa cambi. Invece no. Tutto stagna, tutto frustra.

Khaled Aboul Naga, belloccio e noto attore egiziano, interpreta Ibrahim: studente di Ain Shams che vuole documentare con la sua piccola cinepresa digitale quello che resta di Heliopolis, antico quartiere del Cairo che sta perdendo (o che ha ormai perso) il suo peculiare cosmopolitismo. Sono lontani i tempi in cui gli arabi convivevano con le comunità britanniche, francesi, italiane, belghe, greche ed armene e chi le ha viste dissolversi oggi le rimpiange. A Ibrahim non resta che filmare meravigliosi e decadenti edifici degli inizi del secolo scorso che soli sono rimasti a testimonianza di quel passato.

Nel medesimo luogo, durante la medesima giornata, assistiamo alle banali esistenze di pochi personaggi la cui storia lievemente sfiora quella degli altri. Una coppia di fidanzati alla ricerca di un frigorifero troppo moderno per un appartamento che ancora devono affittare, un medico copto in procinto di emigrare per il Canada, la receptionist di un tre stelle scappata dalla miseria del suo villaggio di origine, un poliziotto coscritto che non vediamo mai allontanarsi, se non di qualche passo, dalla sua garitta. E' silenzioso, lo sguardo perso nel vuoto, ascolta Fayrouz mangiando pane rotondo e foul. Prega su uno scatolone, sventrato e sgualcito, aperto, a mo' di sajjada (سجادة) e fa amicizia con un bastardino randagio che dovrà abbandonare al suo destino. E' il personaggio che ho adorato di più. Fattasi sera è costretto a salire su un furgone, già zeppo di colleghi, per raggiungere la caserma.

Un universo passivo e rassegnato al suo destino quindi, un Egitto molto italiano. Un'Italia molto egiziana quella di oggi.
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Friday, March 19, 2010

Polvere, legno, pietra...

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Polvere, legno, pietra, mattone, luci, colori, affreschi scrostati, muri che si sbriciolano. Tanta memoria, tante storie e quasi duecentocinquanta fotografie. Un'atmosfera rarefatta.

Chiude fra pochi giorni una meravigliosa mostra fotografica che ha avuto tanta meritata fortuna e che io ho potuto felicemente visitare in più occasioni.

Sud-Est non è memorabile soltanto per gli scatti di Steve McCurry, sono il contesto e il riuscitissimo allestimento presso Palazzo della Ragione a renderla così speciale che per una volta ci pare davvero di essere in Europa a Milano.

Queste foto, queste storie che galleggiano nel maestoso salone, si fanno attraversare dai visitatori come si stesse nuotando in un mare. Nello spazio ognuno porta la sua storia e ogni storia rappresentata, ogni foto, vi si fonde. E' un sentimento di unione e di armonia che ho provato ogni volta visitando questa mostra, la prima (a pochi giorni dall'inaugurazione) e l'ultima (oggi) in particolare. In particolare quando l'ho visitata da solo. Da solo ho assaporato esattamente quello che assaporo quando sono in viaggio, da solo. Ogni foto è un dono, il dono di un viaggio. Come in ogni viaggio c'è una parte di rischio, una parte di pericolo, una parte di gioa, una parte di paura, una parte nota e una ignota. C'è un incontro a volte, altre un'incomprensione. A me è sempre sembrato di viaggiare andando a visitare questa mostra fotografica, non solo nello spazio ma anche nel tempo. Alcuni luoghi sono lontani, l’Afghanistan, la Birmania, l’India, il Tibet, e ci mostrano che anche il tempo può essere lontano, che non scorre ovunque in ugual maniera. In alcuni luoghi pare fermo e ritroviamo il fuoco per scaldare e illuminare, la terra vera e non l'asfalto sotto i piedi sempre nudi, i panni e i tessuti per coprirsi, i sorrisi e gli occhi che brillano ché dove il tempo è corso troppo in avanti sono spariti. Troviamo anche guerre e infanzia rubata fra questi viaggi, distruzione e morte. Il silenzio della gioia e quello della disperazione, della malattia. Quello della grande dignità che i tanti volti ci riportano, della serenità di fronte all'ingiustizia. (Siamo molto lontani dalle facce di chiulo alle quali ci hanno abituato le nostre attuali italiche cronache).

Non c'è un catalogo, solo un giornalone, un po' cupo, dove i signorotti locali non hanno mostrato ritegno: due pagine di apertura dedicate ai colophon e agli sponsor, due successive raccolgono le chiacchiere di ben quattro papaveroni e altre due con altri quattro interventi che non ho letto. Chiudono i ringraziamenti sviolinanti della curatrice della mostra.
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Marseille, France, 1989. (C) All rights reserved Steve McCurry
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Wednesday, March 10, 2010

Oportet studuisse...

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Corrono leggere, fresche, a tratti brillanti, le immagini di An Education.

Un trentenne ama la vita facile e le ragazzine al limite dell'age of consent; un'adolescente ama la musica e vuole bruciare le tappe: con talento, intelligenza e passione; un'insegnante di letteratura inglese dà il meglio di sé per la sua "crème de la crème"; una coppia di genitori insicuri, mediocri ma comprensivi; una coppia di amanti ben assortiti...

Menzogna e tradimento si perpetrano fra coppe di champagne, furti di oggetti d'arte, corse di cani, jazz club e romantici fine settimana parigini. Nessuno ne fa una tragedia. Nel 1961 tutti sono molto maturi.

Dopo la sbandata il ritorno sulla retta via.

An Education resta sempre lieve ed elegante, infastidisce un po' il richiamo audrey-hepburniano troppo smaccato che si alterna, assurdamente, a quello favoloso di Amélie. Ricercata la colonna sonora.
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Monday, February 22, 2010

Una volta nella vita...

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Sì, l'ho fatto!

Sabato, vincendo una iniziale resistenza, accompagnato da un'amica accompagnata da un'altra amica, siamo andati in un grande cinema multisala alla periferia della città per vedere Avatar di James Cameron. Il centro commerciale al cui ultimo piano si trovano le sedici sale cinematografiche è di per sé, per me, la materializzazione dell'inferno. Veri e propri gironi danteschi si attorcigliano rendendo quasi impossibile ai malcapitati capire quale sia la maniera di uscirne.

Tornando al film, non posso non dire di come sia stata una esperienza inedita. La proiezione in 3D avvolge lo spettatore sensibile e lo trasporta dentro la storia e, per dirlo con le parole del protagonista, "Everything is backwards now, like out there is the true world, and in here is the dream".

La trama del film può essere intrepretata come una lettura in chiave ecologista della storia del nostro pianeta. Lo spettatore viene messo di fronte allo scempio che la razza umana ha perpetrato ciclicamente contro la Terra. Lo abbiamo fatto in epoche antiche, moderne, recenti e lo stiamo facendo tuttora. Spietatamente, per l'interesse di pochi, stiamo devastando il pianeta, allontanandoci dalle poche e semplicissime regole che ci potrebbero invece salvare, portando benessere e pienezza ad ogni essere vivente che condivide con gli esseri umani la permanenza sulla Terra.

In Avatar, il tentativo di conquista da parte di un popolo su un altro offre più occasioni per illuminarci sulla vera natura dell'universo: la realtà è una ragnatela dinamica di interconnessioni, dove ogni essere umano (che vi piaccia o meno che ci crediate o no...) è parte di un insieme transpersonale, in totale connessione e interazione, in un unico campo di energia, in un unico immenso presente.  

Attraverso meravigliose e spettacolari immagini corali questi concetti raggiungono la nostra parte più profonda e ci parlano, non è un caso che ogni alieno, come mi ha fatto notare M.G., rechi sul proprio viso alcune costellazioni del cosmo.

“[...] si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla [...] ”. (Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca di autore)

Questo sogno di sogno dura quasi tre ore e se ci si addormenta, restando vigili, ci si potrebbe svegliare, a fine film, comprendendo che questa vita è il sogno di un'altra esistenza più reale. Queste rivelazioni sono trite e ritrite ma occorre sempre che ci vengano di tanto in tanto rinfrescate.

Ultima nota: Sam Worthington è proprio un bellissimo alieno!

Buona visione. 
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