The world may be known Without leaving the house;
The Sky may be seen Apart from the windows.
The further you go, The less you will know.

Thursday, June 04, 2015

Oh my, oh my...! Hipsterish Milan...

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©photo: Basil Green Pencil
The Boidem a Milano, bistrot evoluto post etnico non ristorante, si autodefinisce con lo slogan "Food - Fashion - TLV" e ti accoglie come fosse la casa di una vecchia nonna o della tua zia zitella che raramente andresti a trovare. Tutto è tremendamente pulito però, i lampadari anni sessanta luccicano e le camicette assortite appese ai racks sanno di pulito e fungono da separé fra un tavolo e l'altro.

Veniamo accolti da un lumberjack a pieno titolo: barbone, camicia a scacchi, jeans sdruciti e fare molto delicato. Dico che ho una prenotazione e faccio seguire il mio nome, mi guarda attonito e attende, finalmente mi fa capire che vuol sapere attraverso quale app., quale sito o quale altro marchingegno io abbia prenotato. Pronuncio le due paroline "mi", "siedo" seguite da "punto" e da "com". Il suo sguardo da interrogativo ora si fa cupo, un secondo dopo ci indica il peggiore dei tavoli a disposizione, in fondo in fondo, di fronte alla cucina e alle toilette. Riesco ad ottenere di sederci quantomeno al secondo tavolo meno peggiore, quello a noi destinato toccherà una mezz'ora dopo a un gruppo di quattro persone più spensierate.

Il menu ci viene presentato su dei fogli A4, fotocopie a colori piegate in tre, ormai laceri e consunti. La carta dei vini è invece un formato A5 scritta a mano e sempre fotocopiata sui toni del marron, non la degniamo di uno sguardo, l'acqua è e sempre sarà the best drink in the world.

Il cameriere-padrone di casa ci avvisa subito: "non abbiamo i mazetim", il mix di antipasti tipico della cucina israelo-greco-turco-siro-medioriental-libano-palestinese. Superiamo la delusione e esaminiamo il resto, purtroppo quasi tutti i primi contengono o uova o melanzane o funghi o pomidoro, pietanze che non mangio e che non mi sono particolarmente gradite, getto un occhio sui dolci, pregustando quella che prevedo sarà l'unica vera soddisfazione del palato.

Scegliamo come primo parsa (polpette di zucchine e porri con funghi e yogurt di capra) e burektim (pasta sfoglia ripiena di delicato formaggio alle erbe) con contorno di hummous e tahina.

Tutto il menu è vegetariano, cucinato amorevolmente, ingredienti di prima scelta, biologici e a kilometro zero, a me è sembrata una cucina molto francese che strizza l'occhio al Proche Orient, come la diplomazia d'Oltralpe di fine ottocento chiamava il Medio Oriente, senza raggiungere vette di rilievo. Di Tel Aviv il sapore c'è ma quello che a me piace meno, quello dei locali molto su di Rothschild Boulevard per intenderci.

L'atmosfera è pur sempre piacevole, per quanto il servizio sia un po' freddo, e il locale molto tranquillo, il dedalo intricato della Milano medievale non si smentisce mai e ci regala un altro indirizzo, per ora almeno, poco noto ai più... Ma a che prezzi: antipasti a sette euro, primi a quattordici, secondi a diciassette, e dolci a otto... 

Arriva il momento del dolce, optiamo per una fetta di halva ingegnosamente farcita quindi congelata e per una fetta di strudel all'albicocca: buona la prima, deludente la seconda.

Tutto sommato non credo che tornerò a The Boidem, troppo stylish, troppo finto, troppo qua si fa tendenza e poi, se permettete, tovaglioli di carta e superfici di nuda formica, bicchieroni di vetraccio e sedie spaiate li avevamo già visti da bambini nei bar di campagna dove ora non osiamo più entrare. Ma si sa la clientèle radical-milanese è sempre in cerca di nuovo e di "emozioni forti" e qui può assaporare qualche spezia sconosciuta acquistando una camicetta o un soprammobile vintage, perché tutto quel che vedi è in vendita al The Boidem. Curiosità: leggende metropolitane narrano che Michal Levy, la chef con cui il bistrot è partito, se ne sia andata sbattendo la porta a causa di accordi economici non rispettati...
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Friday, May 15, 2015

Expo Milano 2015, il passato è servito...

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A metà strada tra un moderno luna park
e il lungomare di Riccione,
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L'Esposizione universale del 2015 accoglie il visitatore in una atmosfera di apparente quiete: un boschetto di graziosi alberelli di recentissima piantumaizone (ingresso ovest Porta Triulza, quello della metropolitana e del passante ferroviario), precede l'infinita serie di sportelli e tornelli, di code e controlli.

Poi finalmente si entra.

Primo scoglio: il grande Padiglione Zero, di nome e di fatto, presenta una parte dell'itinerario ONU all'esposizione universale: Uniti per un mondo sostenibile... Attraversando l'allestimento di una posticcia Library of Congress, piena di cassetti di fantomatici schedari, si passa ad un salone psichedelico in cui si è accecati da video e dati che mitragliano gli occhi ancora accecati da questo sole di maggio... Si va avanti ed è la volta di un ponticello che costeggia la riproduzione di una specie di vallata, tutta in compensato, che di maquette in maquette riproduce le configurazioni varie del territorio terrestre abitato dall'essere cosiddetto "umano": abbiamo la ridente campagna con qualche catapecchia e tanti campi, terreni agricoli sfruttati industialmente, poi qualche paesaggio austriaco o bavarese che si alterna a quello massimamente sfruttato della banana blu e per finire in bellezza la passeggiatina sul bucolico ponticello, ci si affaccia su New York con i suoi strabilianti grattacieli vecchi e nuovi sempre di compensato. Chiedo come poter uscire da questa trappola di cinquemila metri quadri e un addetto prontamente mi risponde che sono obbligato a seguire e terminare tutto il percorso che è stato disegnato per il visitatore... Sotto una nuova cupola mi tocca subire una parata di animali da cortile, dalle galline agli asinelli, dalle oche alle pecorelle fino ad imrpobabili pavoni, tutti in carton gesso e l'insieme sempre condito da display che, sopra le nostre teste, sputano dati in rosso sull'alimentazione o meglio sulla non-alimentazone nel mondo.

Finalmente libero da questo zero di padiglione, riprendo la retta via denominata "decumano" (le lunghe mani di Roma sull'Expo ce le misero il giorno stesso in cui a Parigi fu decretata la vittoria di Milano e l'immane sforzo di donna Letizia, si trasformò in "nazionale"...) e procedo verso la mia meta che tarderò a raggiungere incuriosito e distratto da mille altre sollecitazioni sul percorso.

Visito il padiglione del Bahrein: discreto e sottotono, tutto è bianco calce ad eccezione delle colorate sedie nell'area ristoro. In bella mostra esemplari di piante del deserto e qualche reperto archeologico, apprezzabili la calma e il sorridente barman, unassuming young man.

Quindi è la volta del Bangladesh: sembra di essere a metà fra il take away indiano all'inizio di Corso di Porta Romana e il negozio di chincaglierie asiatiche all'angolo tra via Castaldi e via Tadino.

Cambogia: ricercato negozio di souvenir, ricco di artigianato locale, argento, seta e tanta gentilezza orientale, mi viene quasi voglia di programmare un viaggio.

Vietnam: qui regna la pace, lignei buddha profumati, magnifici manufatti intagliati e  ceramiche di un certo valore sono in bella mostra, peccato per le riproduzioni kitsch di non meglio identificate divinità immerse nel finto laghetto all'ingresso.

Brunei: vintage style design e tanta fuffa, grande foto del sultano con poster luminoso del suo lungo saluto, the royal address... in vetrina i prodotti alimentari destinati all'esportazione e confezionati in packaging raccapriccianti.


Ivri Lider
Isarel Pavillion, Expo Milan 2015
12 May 2015
Si è fatta l'ora e filo dritto al Padiglione di Israele per l'inaugurazione. In realtà è aperto da diversi giorni e ha già avuto un grande successo di visitatori... Tutto è molto cool come gli israeliani sanno essere, perfino durante la cerimonia di apposizione della mezuzah alla parete. Ci vengono fatti sorbire un show e un filmato, rispettivamente sull'ospitalità mediorientale e sull'avanguardia di ricerca e tecniche agricole in Israele. Landmark del padiglione è il "vertical field", una parete inclinata coltivata a grano e qualche altro cereale a me ignoto, decantata come setting ideale per migliaia di selfies passati e futuri... segue rinfresco kasher in compagnia di un'attrice israeliana a me ignota, Morana Atias, nell'attesa del concerto di Ivri Lider che, purtroppo, in realtà non canterà, dirigendo invece un cacofonico djset molto gradito a ragazze e ragazzini di passaggio. 

Mi resta ancora del tempo.

Inevitabile selfie...
Ragioni affettive mi calamitano verso il contributo dei Paesi Bassi a questa Esposizione Universale alla periferia di Milano. E si ritorna all'idea del parco dei divertimenti: uno spiazzo ristoro, antistante il padiglione, è allestito con vecchi volskwagen e begli olandesi che ti servono, a caro prezzo, worstenbroodjes en Nederlandse bieren... Dopo un sorriso e un goedenavond  ho accesso a un vero e proprio labirinto di specchi, qualche scritta sulle pareti, qualche video e strani oggetti sul pavimento dovrebbero illustrare quel che accade nelle terre strappate al Mare del Nord in tema di agricoltura e sviluppo. Scegliete voi a seconda dell'età: Varesine o Gardaland, l'è istess... 


Il richiamo all'alveare
British Pavillion, Expo Milan 2015
Gran Bretagna: un concentrato di bellezza e un'idea chiara, le api stanno scomparendo e noi le seguiremmo a ruota, quindi tanto prato e tanti fiori, chissà se le api arriveranno... Nell'attesa, al secondo piano, un grande bar per consumare birra e patatine. Da un tavolino mi chiamano, è una ex collega dei tempi che furono, impossibile non tornare con i ricordi al 2006, quando tutto questo cancan cominciò in un corridoio al piano nobile di Palazzo Marino, per poi prendere maggior forma nei mesi che seguirono in un salotto della Milano bene. I no-expo, con qualche nome diverso, erano sicuramente impegnati da altre nobili cause. 

Francia: si torna al bombardamento dei sensi, si accede attraverso un labirinto alla Versailles (dei poveri), stile potager du roy, si entra e si è travolti da installazioni video, caschi luminosi nei quali infilare la testa, suoni assordanti, installazioni sospese e penzolanti mi minacciano... vorrei uscire e mi ritrovo nello shop, sorprendentemente vendono piccole teiere dal design molto poco gallico e decisamente d'oltremanica: prezzo 95,00 Euro cad.

Emirati Arabi Uniti: il padiglione è firmato da uno dei più noti architetti star del momento, è stato fra i più pubblicizzati ed è fra i più visitati. Vuole riprodurre il paessaggio del deserto, un canyon fra le dune. E' imponente, ricorda molto alla lontana quello che si prova addentrandosi fra le rocce di Petra, in Giordania. L'architetto vuole impressionare, lasciare un "segno forte", essere originale a ogni costo e il committente può permetterselo. Il risultato, come sempre in questi casi, mi lascia indifferente, l'effetto è posticcio e molto "computerizzato". Il padiglione una volta smontato verrà ricostruito a Dubai per la prossima fiera. Si prosegue, dopo una certa attesa, all'interno di un auditorium multiensoriale (i sedili vibrano e ti scuotono assecondando le scene sullo schermo), dove viene proiettato un videoclip di terz'ordine: otto minuti di effetti speciali e di  buoni sentimenti molto lontani dalla realtà che si vive nei Paesi del Golfo. Scappo via prima che cominci il secondo filmato.

Brasile: ha molto successo anche questo padiglione la cui principale attrazione è una rete sospesa, da circo equestre, sulla quale i visitatori camminando, a detta degli ideatori, possono provare la sensazione di trovarsi in Amazzonia... al di sotto della rete si sbirciano casse di legno con piantine tropicali che devono ancora crescere molto per darci l'idea di foresta tropicale!

Vedo moltituduni di ragazzi piuttosto giovani divertirsi genuinamente, nei padiglioni e sorpattutto fra i padiglioni, dove sono strategicamente piazzate decine di esercizi commmerciali: bar, gelaterie, caffetterie, cioccolaterie etc. tutti attrezzati per diffondere, dopo le 20.30 circa, assordante musica pseudo techno che attira clienti come moscerini all'uva marcia. Panem et circenses con la differenza che oggi, cibo e intrattenimento, sono riusciti pure a farseli pagare profumatamente dal popolo.

Concludo il mio tour de force alla Cascina Triulza comprando specialità siciliane, e mi sembra di essere tornato al paese.

Un interessante approfondimento, di spietata e clinica lucidità: qui.
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