The world may be known Without leaving the house;
The Sky may be seen Apart from the windows.
The further you go, The less you will know.

Sunday, May 02, 2010

Wahed Sefr - واحد صفر - Uno a Zero

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Era il 9 luglio del 2006. Il mio volo easyjet da Lisbona potè partire solo a impresa di Zidane compiuta. Si disputava la finale del campionato mondiale di calcio. Il mondo si era fermato.

E' il 2006 anche in One-Zero della regista egiziana Kamla Abou Zekri, la sera si giocherà la finale dell'African Cup of Nations. L'Egitto si prepara ad essere paralizzato. Tutto è nella norma. Dal mattino cominciano i preparativi per la serata da passare in compagnia, seduti, inebetiti di fronte a un televisore.

Sono otto o nove i personaggi principali attorno ai quali si costruisce il film il cui merito sicuro è quello di cercare di offrire un ritratto il più possibile onesto dell'Egitto di oggi, nello spettro completo che va dalla più infame povertà all'agiatezza della buona borghesia copta, dalla modesta condizione di chi lotta quotidianamente per una vita almeno dignitosa al lusso del denaro facile di un presentatore della TV. Ogni personaggio viene messo di fronte alle proprie debolezze, senza ipocrisia, siano esse l'abuso di alcool, lo spaccio di droga, il voglia incontrollata di una maternità che ha tardato ad arrivare, il desiderio di soldi, l'insicurezza in merito al proprio talento...

Nessuno però trova una risposta e una partita di calcio vinta, sia pure la finale di una coppa dei campioni, non basterà a risolvere la crisi.

E' tremendamente sincera, anche se recitata un po' sopra le righe, la scena in cui una cantante di successo (più per le sue forme che per la sua voce) viene premeditamente e pubblicamente umiliata durante una trasmissione televisiva. Colpiscono le tante scene di vita letteralmente urlate, disperate: le liti fra madri e figli, fra zii e nipoti, fra capi e sottoposti, fra colleghi, fra amanti, in contesti degradati e deprivati di umanità.

Il poliziotto corrotto, il medico sfaticato, il guardiano depresso affiancano la commessa zelante, il venditore di falafel gentile e genuino... Non tutto è perduto forse. E poi la sera l'Egitto vincerà, tutti ne sono certi. La scena finale viene effettivamente girata al Cairo il giorno in cui l'Egitto giocando contro il Camerun vince 1-0 la coppa dei campioni d'Africa 2008. Si scende in strada, si festeggia, lo spirito dei protagonisti si solleva, si dimenticano i contrasti le differenze, cristiani e musulmani, ricchi e poveri per una sera si abbracciano, i colori della notte sono caldi, qualcosa tuttavia ci dice che aldilà delle apparenze domani tutto tornerà come prima, nulla sarà risolto se non lotteremo, se non pagheremo il giusto prezzo, ognuno per il proprio posto al sole.

Non credo sia un caso che questo film sia stato ideato, scritto, fotografato, montato e diretto da donne.
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'Khaled Abol Naga in Wahed Sefr - واحد صفر

Khaled (Mohamed Sami) Abol Naga è un attore che si lascia guardare con piacere. Dal passato di indossatore, portiere della nazionale egiziana di water-polo, brillante studente di ingegneria delle telecomunicazioni e presentatore tv, oggi è uno dei più promettenti attori egiziani della nuova generazione nonché Goodwill Ambassador dell'UNICEF. Qui una sua intervista a Gay.it in merito alla lotta all’AIDS/HIV, ai giovani, al sesso, alla tv... Oltre che bello anche interessante questo ragazzone che alcune voci maliziose in Egitto danno per gay. Perfection then. 
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C'era una volta un re...

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"Del resto era inutile parlare ancora di Mussolini, Mussolini ormai nessuno ci pensava più. Adesso c'era il re, il raccoglitore di monete, che a poco a poco s'era fatto coraggio e voleva provare a comandare. Il re avrebbe ripescato fuori chi sa che vecchi ministri, perché l'Italia non ne poteva più dei fascisti con i grossi toraci muscolosi e le parate sportive e aveva una gran sete di vecchi signori canuti e mansueti, con le ginocchia storte e vacillanti. Di sicuro fra poco l'Italia sarebbe stata inondata di vecchi signori mansueti, vestiti da generali e da ministri, che si sarebbero trascinati dietro delle vecchie mogli vacillanti e canute, e l'Italia avrebbe battuto le mani a quelle vecchie mogli, stufa com'era delle donne che il fascismo aveva messo di moda, poppe e cosce di bronzo incoronate di spighe sui ponti e sulle fontane. Il re sarebbe andato un po' a cavallo per l'Italia e l'Italia gli avrebbe battuto le mani, lui mai s'era immaginato che le sue ginocchia storte potessero piacere all'Italia e adesso invece l'Italia salutava con gioia e sollievo proprio le sue ginocchia storte, e il suo muso avvizzito e dispettoso di scimmiottino sotto il berretto a visiera troppo largo per lui. Se qualcuno sparava un colpo in aria lo scimmiottino correva a rimpiattarsi là dov'era stato per tanti anni, lo scimmiottino correva in cantina là dov'era la sua collezione di monete, ma l'Italia adesso era contenta e non pensava subito a sparare. [...] Più tardi messo da parte anche lo scimmiottino*..."

Da Tutti i nostri ieri di Natalia Ginzburg.
Giulio Einaudi Editore, 1952
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* Per chi non lo avesse capito stiamo parlando di Vittorio Emanuele III: padre di Umberto II, il re di maggio che amava sollazzarsi con giovani ufficiali di svariati eserciti ("non gli si conoscevano distrazioni femminili", Domenico Bartoli, La fine della monarchia, Mondadori, Milano, 1946), e nonno di Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria di Savoia noto alle cronache italiane perché finito in galera con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, al falso e allo sfruttamento della prostituzione. Il figlio di quest'ultimo, Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia, dopo il tanto agognato ritorno in italico suolo si è invece occupato di cetriolini, politica e canzonette. 


Ad ogni paese la casa reale che si merita.
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Sunday, April 11, 2010

Segni particolari: bellissima.

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La chiameremo O., lui K., animatore di villaggio turistico è il suo habibi, nessun bisogno di specificarlo. Si sono conosciuti sette mesi fa, ieri sposi, oggi marito e moglie, secondo il rito islamico e dopo le molte fatiche per ottenere tutte le indispensabili carte. Le amministrazioni pubbliche sono indifferenti all'amore e per legge dovrebbero essere anche imparziali. Ma le Cancellerie dei consolati la sanno lunga sul fiorire di queste rose...

O. è francese, forte e sicura di sè; dolce e infinitamente fragile allo stesso tempo. Dice che stava scritto, non poteva essere che così, i suoi amici nella città natale sono già quasi tutti arabi, da questa cultura si è sempre sentita attratta e l'arabo parlato lo parlicchia da un po' di anni ormai.

Vedo le sue cose ordinatamente posate sul dorso di una sedia, tremendamente chic: una giacchettina, una cannottierina ricamata di colore beige, un reggiseno sopra tutto, ai piedi della sedia un paio di scarpe col tacco alto. French chic!

K. lo conobbi casualmente quattro anni fa, in un caffè storico della medina, quando ancora non faceva l'animatore, quando a dire il vero ancora di stranieri ne aveva conosciuti ben pochi. Divenni ben presto più amico della sua intera famiglia che non di lui, e infatti negli anni a venire la sua famiglia la frequentai anche quando lui era assente, a lavorare nei villaggi turistici per l'appunto!

Mi ha invitato a questo suo matrimonio con un sms; ho accettato subito, non sapendo se la fortunata fosse la medesima che vidi in foto qualche anno fa o una più fresca conquista. Sua madre mi dice di no, e che ce ne sono state altre nel frattempo, tutte straniere naturalmente, ma di non dire niente a O. che è molto gelosa.

La prima condizione che O. ha posto è stata FINE al mestiere di animatore turistico e fine ai contatti con le straniere.

A me O. è piaciuta da subito, bellissima dentro e fuori, i tratti fini, lo sguardo profondo e intelligente. Lei invece con me ha avuto qualche riserva.  L'amico italiano del suo habibi che si fa quattromila chilometri per un matrimonio non la  convinceva. Lei sa come gira il mondo, sa che a volte i ragazzi sono biricchini... Ci scherza su e discretamente, ma per ben due volte, indaga con K. e con me  sul come e sul dove ci si conobbe.  Un po' sorniona fa capire che se antica storia vi fu la cosa non la infastidisce più di tanto; anzi la diverte un po': il suo habibi così macho con un altro ragazzo... passi. Verità è che fra me e K. non vi fu proprio mai un bel nulla.

Rassicurata O. è aperta e gentile. Con K. ha un piglio fermo, lo tiene certo a bada, ora che è sua moglie. Lui a me non è sembrato sincero, opportunista, per ora ancora si trattiene ché i documenti per l'espatrio non sono pronti. Il matrimonio lo ha fatto O., l'iniziativa l'ha presa lei, lo sbattimento è stato tutto suo a quanto vedo. Lui continua la sua recita. A volte inconsciente; a volte ingenuo; a volte farabutto.

Mi auguro che tutto andrà bene fra loro, una volta in Europa, i piedi per terra, le difficoltà del quotidiano, la monotonia.

Ma lei è forte e così come lo ha fatto, questo matrimonio, spero potrà disfarlo se lui non si dimostrerà all'altezza di meritarla, per adesso i disegni all'henné sulle sue mani ci fanno ancora sognare.
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Tuesday, April 06, 2010

Le droit au vagabondage...

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On top of the hill after passing Sidi Mansour. El Kef, Tunisia, may 2008.

"Un droit que bien peu d’intellectuels se soucient de revendiquer,
c’est le droit à l’errance, au vagabondage. Et pourtant, le vagabondage, c’est l’affranchissement, et la vie le long des routes, c’est la liberté.

Rompre un jour bravement toutes les entraves dont la vie moderne et la faiblesse de notre cœur, sous prétexte de liberté, ont chargé notre geste, s’armer du bâton et de la besace symboliques, et s’en aller!

Pour qui connaît la valeur et aussi la délectable saveur de la solitaire liberté (car on n’est libre que tant qu’on est seul), l’acte de s’en aller est le plus courageux et le plus beau. Egoïste bonheur, peut-être. Mais c’est le bonheur,
pour qui sait le goûter.

Etre seul, être pauvre de besoins, être ignoré, étranger et chez soi partout, et marcher, solitaire et grand à la conquête du monde."

Da Heures de Tunis, 1902. Isabelle Eberhardt

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Friday, April 02, 2010

Risvegli mediorientali...

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Amman, Jordan. Early morning, view from hotel window at the Sheraton

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Senza troppo preavviso ho dovuto prendere un aereo e spostarmi nel nostro Vicino Oriente. Martedì, era il 30 Marzo, mi sono svegliato presto al mattino, forse complici l'ora legale da pochissimo in vigore e il fuso orario più in là di un'ora, senza avere idea di dove fossi. Una camera d'hotel mi stava attorno, anonima, dalla grande finestra, drappeggiata di tende e tendoni, l'alba faceva la sua lotta per avere il sopravvento sulla quiete della notte. Intontito ho cercato di capire dove fossi, e perché mi trovassi lì.

Sono convinto di essere in Kuwait, poi poco a poco, neuroni e sinapsi cominciano a fare il loro dovere e realizzo che circa trentasei ore prima ero arrivato ad Amman.

Le dodici ore di luce precedenti le avevo invece passate macinando circa duecentocinquanta chilometri nel nord della Giordania, nel Governatorato di Ajloun, e poi più a nord ancora vicino a Irbid, quasi al confine con la Siria. Dalle alture ho visto il Mare di Galilea e lo Stato di Israele, con l'auto sulla strada del ritorno si è fiancheggiato per un tratto il corso del Giordano. Un paesaggio verde, ora colline coperte di boschi, ora vallate sfruttate da coltivazioni intensive. Una sorpresa per me che conoscevo solo il sud del paese e gli aridi e sconfinati orizzonti del deserto verso Petra e più in là ancora verso Aqaba.

Il silenzio è irreale, frutto di insonorizzazione e moquette, un piccolo display sul grande televisore a cristalli lquidi appeso alla parete mi dice in azzurro che sono le 4.55 am. Faccio fatica a calcolare quali siano le informazioni che invece deve ancora conservare il mio orologio biologico. Desisto. Per la prima volta da moltissimo tempo mi chiedo che cosa ci sto a fare da solo in una camera d'albergo. Lontano da casa.

Mi attende un'altra giornata impegnativa, due incontri con persone normalmente inavvicinabili. Ancora non lo so ma nel primo caso per accedere alla destinazione sarà necessario scendere dalla nostra auto, consegnare i passaporti ai soldati del check point e aldilà di esso salire su un'auto "sicura". Ismail, l'autista speciale, non ricambia quasi neppure il mio saluto. Un discreto caronte che traghetta su un'auto blindata quelli cui è concesso accedere al palazzo dei palazzi. Non fa domande, non fa sorrisi. Nel secondo caso invece, dopo la consegna di passaporti e cellulari spenti, saremo perquisiti e avremo accesso al nostro interlocutore solo dopo che vari cancelli si sono aperti e richiusi al nostro passaggio ad opera di guardie cortesi e di bell'aspetto. E no, non abbiamo visitato il direttore di un carcere.

Posso concedermi ancora qualche minuto fra le immacolate lenzuola del letto king-size di questo Sheraton che non mi piace nemmeno un po'. Senza che l'aspetti si eleva un canto melodioso, mi inganna, penso provenga dalla camera del vicino che ha acceso una radio. Invece no, apro la finestra (che miracolosamente si può aprire) e la camera viene inondata da una delle chiamate alla preghiera delle più dolci che io abbia sinora mai potuto udire.

Sono in Medio Oriente ma non mi è purtroppo consentito languere. So che non avrò tempo di scendere per fare colazione, mi preparo una tazza di tè con il bollitore in dotazione e comincio a stendere una relazione in merito ai sopralluoghi della giornata precedente. Ci vorrà poco poi per ribatterla al computer.

Una camicia fresca, una cravatta a righe blu e sono pronto. Fra un appuntamento e l'altro riesco a far inserire una visita alla moderna Moschea di Re Abdullah Bin Al Hussein, nel quartiere di El Abdali, Jebel Al Wiebdah. Come tutte le moderne e grandi moschee celebrative non mi dice nulla, non mi commuove. Tutto cemento armato e moquette rossa. La corsa verso l'aeroporto Queen Alia nel primo pomeriggio mi terrà un po' con il fiato sospeso. Hamza, nostro fidato autista per due giorni, si guadagnerà una bella mancia.
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Saturday, March 27, 2010

election days...

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"Due piccoli intellettuali di provincia, questo erano, e cioè la cosa più triste e più stramba che possa esistere sulla terra. Non avevano mai visto niente, lui Cenzo Rena era stato in America, a Constantinopoli e a Londra, e sapeva cos'era l'Italia a guardarla dal Messico o da Londra, una pulce era l'Italia, Mussolini la cacca d'una pulce." [...]
Da Tutti i nostri ieri di Natalia Ginzburg
Giulio Einaudi Editore, 1952
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Friday, March 26, 2010

The Prophet, just another review...

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Il Profeta di Jacques Audiard scuote, scombussola, come di norma deve un buon thriller.

L'orizzonte è ristretto, le alte mura del cortile lo contengono, i rapporti umani sono forzati, più del solito.

Tahar Rahim interpreta Malik El Jebna (Angelo del Formaggio, in traduzione...) un diciannovenne che si becca sei anni di galera, per qualcosa di poco conto. Nelle due ore e mezza in cui lo vediamo evolve alternando l'umano, l'angelico e il bestiale. Lo spettatore sprofonda nella corruzione, nella violenza, nella perversità. Il doppio, il triplo e il quadruplo fine. Tutto è condito da una buona dose di veridicità (quasi tutte le comparse sono dei veri carcerati) e da tante lingue e dialetti. Malik oltre a imparare ad uccidere, in carcere impara a cucire i jeans, a leggere e scrivere, e a parlare corso. Angelicamente. Da gangster.

Un mondo nel mondo, una legge fuori dalla legge, tutto è guasto e nessuno è risparmiato: giudici, avvocati, guardie, predicatori e devoti praticanti.

Non c'è spazio per alcuna catarsi, sei anni passano e Malik esce di galera trasformato da Angelo (ملاك) in Re (ملك) la pronuncia in arabo è quasi identica, re della malavita e della criminalità organizzata.
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Da qui in giù pericolo di spoiler...

A Malik, timido diciannovenne, per poter continuare a vivere viene chiesto di uccidere. Lui non ha dubbi: "io non uccido un c... di nessuno". Chiede un colloquio con il direttore del carcere, impossibile, uno con il capo della sezione carceraria in cui è rinchiuso, impossibile. In risposta: uno squadrone di picchiatori, capitanato da una guardia, entra nella sua cella al grido di "Qui la legge siamo noi", mette in chiaro alcuni concetti di base sulla convivenza in gattabuia stringendogli un sacchetto di plastica sul volto fino a quasi soffocarlo, e Malik decide che vuole continuare a vivere. Uccide. Risparmio i dettagli. Ucciderà di nuovo in una delle scene che mi hanno più colpito: una carneficina all'interno di un'automobile. Malik riemerge, assordato, da sotto a quattro cadaveri che deve letteralmente togliersi di dosso. Il dramma di Audiard però non vira mai al pulp.

L'apparente buona condotta permette a Malik di ottenere dei permessi di libertà controllata di dodici ore, alcune di queste uscite offrono suggestivi squarci di vita: il bucolico ritiro provenzale del mafioso di turno, Malik che bagna i piedi nel mare, Malik che prende per la prima volta un aereo, Malik che cena a casa di un ex-compagno di prigione in un contesto familiare. E' il Malik angelo.

Rimane il dubbio sulla sua metamorfosi, inconstistente l'attribuzione del titolo di "profeta". Malik è perseguitato dal fantasma dell'uomo che ha dovuto uccidere per vivere e questo apparentemente gli dà la possibilità di prevedere alcuni eventi. Nulla di più. Alcuni riferimenti al non mangiare halal, al Corano, a Maometto sembrano proprio un po' forzati. Come l'imperativo إقرأ, Leggi!, che compare a un certo punto sullo schermo... out of the blue.

Di positivo, durante tutto il film, la totale assenza di giudizio verso ognuno dei caratteri rappresentati. Non male il doppiaggio in italiano, avrebbero solo potuto lasciarci ascoltare un po' più di corso.
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Monday, March 22, 2010

Un punto fermo | A stand-still

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It surprises you a little, it bores you a little: Ahmad Abdallah’s Heliopolis – هليوبوليس . His debut as director.

You get surprised as you expect something different when you think of Egyptian films. Instead it feels close to Western sensitivity, or better European. Ahmad Abdallah dares criticizing today’s Egypt, its political situation and he does it almost whispering. He shows you life in the absurd thirty years’ long “state of emergency”. He does it quietly, no desperate outcry, a modest budget and lots of nostalgia.

You get bored expecting until the end of the film that something might happen, that something might change. But no. Everything is languishing, everything is discouraging.

Khaled Aboul Naga, handsome celebrity in Egypt, is Ibrahim: Ain Shams University graduate documenting with his small digital video camera what remains of Heliopolis, an old district in Cairo that is losing (or has now lost) its peculiar cosmopolitan flavour. Distant in memory are the times in which Arabs shared their daily way of life with the British, the French, the Italian, the Belgian, the Greek and the Armenian communities, and those who saw all this fade away now regret it. Glorious and decadent buildings of the beginnings of last century are what is left to Ibrahim for filming and as only remnants of that past.


In the same place, during the same day, we witness the ordinary existences of few other characters of which each journey lightly touches that of the others. A couple looking for too modern a fridge for a flat they still have to find, a Coptic doctor about to emigrate to Canada, a three stars funduq employee who ran away from the poverty of her countryside village, a sentinel that we never see leaving, if not for a few steps, his sentry box. He is silent, his gaze into the void, listening to Fayrouz and eating chapati bread and fuul. He prays on a flattened carton serving as a sajjada (سجادة). He befriends a stray mutt and will have to leave it to its destiny. He’s the character I most loved. Night comes he has to jump on a military van, already packed with his brothers in arms, to reach the barracks.


A passive and resigned universe, a very Italian Egypt, we see. Nowadays Italy is very Egyptian.
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Un po' stupisce, un po' annoia questo Heliopolis - هليوبوليس di Ahmad Abdallah. Film di esordio.

Stupisce perché ti aspetti qualcosa di diverso quando pensi a un film egiziano. E invece ti ritrovi molto più vicino a una sensibilità occidentale, o ancor più a una europea. Ahmad Abdallah ha il coraggio di criticare l'Egitto di oggi, la situazione politica e di farlo in maniera quasi sussurrata. Ti mostra la vita di chi è costretto a fronteggiare quotidianamente le assurdità di uno "stato d'emergenza" che dura da oltre trent'anni. Lo fa pacatamente, senza alcun urlo disperato, con un budget modesto e tanta nostalgia.

Annoia perché ti aspetti fino alla fine del film che qualcosa accada, che qualcosa cambi. Invece no. Tutto stagna, tutto frustra.

Khaled Aboul Naga, belloccio e noto attore egiziano, interpreta Ibrahim: studente di Ain Shams che vuole documentare con la sua piccola cinepresa digitale quello che resta di Heliopolis, antico quartiere del Cairo che sta perdendo (o che ha ormai perso) il suo peculiare cosmopolitismo. Sono lontani i tempi in cui gli arabi convivevano con le comunità britanniche, francesi, italiane, belghe, greche ed armene e chi le ha viste dissolversi oggi le rimpiange. A Ibrahim non resta che filmare meravigliosi e decadenti edifici degli inizi del secolo scorso che soli sono rimasti a testimonianza di quel passato.

Nel medesimo luogo, durante la medesima giornata, assistiamo alle banali esistenze di pochi personaggi la cui storia lievemente sfiora quella degli altri. Una coppia di fidanzati alla ricerca di un frigorifero troppo moderno per un appartamento che ancora devono affittare, un medico copto in procinto di emigrare per il Canada, la receptionist di un tre stelle scappata dalla miseria del suo villaggio di origine, un poliziotto coscritto che non vediamo mai allontanarsi, se non di qualche passo, dalla sua garitta. E' silenzioso, lo sguardo perso nel vuoto, ascolta Fayrouz mangiando pane rotondo e foul. Prega su uno scatolone, sventrato e sgualcito, aperto, a mo' di sajjada (سجادة) e fa amicizia con un bastardino randagio che dovrà abbandonare al suo destino. E' il personaggio che ho adorato di più. Fattasi sera è costretto a salire su un furgone, già zeppo di colleghi, per raggiungere la caserma.

Un universo passivo e rassegnato al suo destino quindi, un Egitto molto italiano. Un'Italia molto egiziana quella di oggi.
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Friday, March 19, 2010

Polvere, legno, pietra...

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Polvere, legno, pietra, mattone, luci, colori, affreschi scrostati, muri che si sbriciolano. Tanta memoria, tante storie e quasi duecentocinquanta fotografie. Un'atmosfera rarefatta.

Chiude fra pochi giorni una meravigliosa mostra fotografica che ha avuto tanta meritata fortuna e che io ho potuto felicemente visitare in più occasioni.

Sud-Est non è memorabile soltanto per gli scatti di Steve McCurry, sono il contesto e il riuscitissimo allestimento presso Palazzo della Ragione a renderla così speciale che per una volta ci pare davvero di essere in Europa a Milano.

Queste foto, queste storie che galleggiano nel maestoso salone, si fanno attraversare dai visitatori come si stesse nuotando in un mare. Nello spazio ognuno porta la sua storia e ogni storia rappresentata, ogni foto, vi si fonde. E' un sentimento di unione e di armonia che ho provato ogni volta visitando questa mostra, la prima (a pochi giorni dall'inaugurazione) e l'ultima (oggi) in particolare. In particolare quando l'ho visitata da solo. Da solo ho assaporato esattamente quello che assaporo quando sono in viaggio, da solo. Ogni foto è un dono, il dono di un viaggio. Come in ogni viaggio c'è una parte di rischio, una parte di pericolo, una parte di gioa, una parte di paura, una parte nota e una ignota. C'è un incontro a volte, altre un'incomprensione. A me è sempre sembrato di viaggiare andando a visitare questa mostra fotografica, non solo nello spazio ma anche nel tempo. Alcuni luoghi sono lontani, l’Afghanistan, la Birmania, l’India, il Tibet, e ci mostrano che anche il tempo può essere lontano, che non scorre ovunque in ugual maniera. In alcuni luoghi pare fermo e ritroviamo il fuoco per scaldare e illuminare, la terra vera e non l'asfalto sotto i piedi sempre nudi, i panni e i tessuti per coprirsi, i sorrisi e gli occhi che brillano ché dove il tempo è corso troppo in avanti sono spariti. Troviamo anche guerre e infanzia rubata fra questi viaggi, distruzione e morte. Il silenzio della gioia e quello della disperazione, della malattia. Quello della grande dignità che i tanti volti ci riportano, della serenità di fronte all'ingiustizia. (Siamo molto lontani dalle facce di chiulo alle quali ci hanno abituato le nostre attuali italiche cronache).

Non c'è un catalogo, solo un giornalone, un po' cupo, dove i signorotti locali non hanno mostrato ritegno: due pagine di apertura dedicate ai colophon e agli sponsor, due successive raccolgono le chiacchiere di ben quattro papaveroni e altre due con altri quattro interventi che non ho letto. Chiudono i ringraziamenti sviolinanti della curatrice della mostra.
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Marseille, France, 1989. (C) All rights reserved Steve McCurry
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Wednesday, March 10, 2010

Oportet studuisse...

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Corrono leggere, fresche, a tratti brillanti, le immagini di An Education.

Un trentenne ama la vita facile e le ragazzine al limite dell'age of consent; un'adolescente ama la musica e vuole bruciare le tappe: con talento, intelligenza e passione; un'insegnante di letteratura inglese dà il meglio di sé per la sua "crème de la crème"; una coppia di genitori insicuri, mediocri ma comprensivi; una coppia di amanti ben assortiti...

Menzogna e tradimento si perpetrano fra coppe di champagne, furti di oggetti d'arte, corse di cani, jazz club e romantici fine settimana parigini. Nessuno ne fa una tragedia. Nel 1961 tutti sono molto maturi.

Dopo la sbandata il ritorno sulla retta via.

An Education resta sempre lieve ed elegante, infastidisce un po' il richiamo audrey-hepburniano troppo smaccato che si alterna, assurdamente, a quello favoloso di Amélie. Ricercata la colonna sonora.
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Sunday, March 07, 2010

Cose nuove...

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E' bello tenersi aggiornati, si scoprono sempre cose nuove...

Ad esempio voi sapevate che la Repubblica Araba di Siria è una monarchia ashemita? Bashar al-Assad e Abdullah II di Giordania si scoprono fratelli, non solo di nefandezze... ma anche di sangue, sciiti-alauiti e sunniti! E se su qualche quotidiano arabo leggessimo: "La Francia, monarchia borbonica..." oppure "In Germania, la Casa regnante dei Braganza...". Interesting...
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Più appropriato potrebbe essere stato: "La minoranza sciita-alauita al governo, ..."
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Segni particolari: bellissimo...

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Sì, di norma è bello, a volte bellissimo, il prostituto che si propone, nelle zone turistiche di nord Africa e Medio Oriente, alle donne e ragazze occidentali, all'occorrenza pure agli uomini occidentali, e ha un qualche impiego di copertura: animatore, cameriere, istruttore di vario genere etc.

"The Arabs are notoriously frank and unashamed about sexual transactions, which are regarded in a purely practical light, as a convenience, one need meeting another. Sexual opportunity in the Middle East is highly proscribed, cynical, fleeting, purely reflexive and exploitative." (da Cleopatra's Wedding Present, Robert Tewdwr Moss).

Perché volere di più allora?

Da qualche mese mi sono imbattuto in un blog, Ma che amore d'Egitto..., che si occupa di dare spazio e voce per lo più alle "deluse d'Africa": quelle ragazze o donne che sono cascate, per svariate ragioni, nella trappola, nella rete tesa ad arte dallo sharmut (شرموط) di turno, e che si ritrovano sedotte e abbandonate, a cercare di capire perché sia toccato proprio a loro. L'illusione è provocata da una lunga serie di malintesi che fa attribuire, a signore e signorine, significati ad accadimenti e circostanze che hanno ben poco a che vedere con la verità sulle intenzioni dei loro playboy mediorientali. Loro, i belli, pelle color dell'oro, individuano con facilità le più vulnerabili, mettono in mostra chiappe sode, sopracciglia folte e occhioni profondi, le intontiscono quanto basta con parole al miele da romanzetto harmony ed è fatta. Una fonte di reddito in più, finché dura. 

Nessuno dei due crede ai romanzetti harmony ma il giochino funziona: il maschio orientale ci mette un po' di poesia, un po' di romance (così da non sentirsi proprio un battone, un bezness), l'occidentale, convinta che lui sia soltanto un po' esotico, è totalmente ignara dell'abisso culturale e sociale che la separa dal suo habibi, altre volte finge (con se stessa) di non sapere, di non capire. Per alcuni fa la finta ingenua e gioca col fuoco.  

Questa scarsa conoscenza reciproca farà di entrambi due vittime. Lei spesso assetata di tutto, lui improvvisamente onnipotente. Entrambi dipendenti. Lei che comincia l'andirivieni Europa-Africa che ha fatto ricche le agenzie di viaggi, lui improvvisato manager deve gestire un'agenda ricca di arrivi e partenze internazionali. Peché lui di una turista sola non può campare, ne deve avere tante, deve ottimizzare, in fondo tutti sanno che un anno è fatto da dodici mesi e cinquantadue settimane. E queste nationality (così pare chiamino le straniere) "si fanno vedere quando va bene solo una settimana ogni quattro mesi" e nel frattempo loro dovrebbero vivere di aria fresca e di romantica fedeltà...? Se necessario avrà tante schede telefoniche, tanti nomi diversi, tante biografie inventate, ognuna che si accomodi meglio alle esigenze psicologiche dell'innamorata di turno. E per una che lo molla, perché prima o poi viene sempre mollato, ne deve avere dieci di scorta e così via.

Sopra ogni cosa è triste constatare che ragazze intelligenti ci mettano tanto a capire e a disintossicarsi.

Ognun* è qui per imparare la sua lezione.
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Saturday, March 06, 2010

balle, balle, balle da capogiro...

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[...]
aaah, sensazione unica
aaah, voglia di restare qui
aaah, voglia di ballar con te
ballo, ballo, ballo
da capo giro
ballo, ballo, ballo
senza respiro
ballo, ballo, ballo
m’invento un passo
che fa così, fa così, fa così...
pazza, pazza, pazza
su una terrazza
[...]
ballo, ballo, ballo
non m’innamoro
ballo, ballo, ballo
son prigioniera
ballo, ballo, ballo
[...]
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(Gianni Boncompagni-Franco Bracardi, interpretata da Raffaella Carrà)


La verdad es que no entiendo nada de toros...
pero sé mucho de mujeres desesperadas.
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(Marco a Lydia in Hable con Ella di Pedro Almodóvar)

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Wednesday, March 03, 2010

A day off...

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I took a day off today, exhausted by the humdrum and pressure from the daily work routine and in bad need of a break from my cumbersome and at times embarrassing colleague...

I did nothing much special: woke up at a reasonably convenient hour, worked a little from home: emails and some phone calls, met a member of the highbrow milanese élite: had a talk and a cappucino in a unmentionable bookstore café, had a walk, went to my Egyptian barber's for a haircut and a chat, came home and had a long wished for Skype sitting with my Dutch friend.

It's been a normal day, so why do I have this feeling there was something so memorable about it?


(c) F.S.C.
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Monday, February 22, 2010

Una volta nella vita...

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Sì, l'ho fatto!

Sabato, vincendo una iniziale resistenza, accompagnato da un'amica accompagnata da un'altra amica, siamo andati in un grande cinema multisala alla periferia della città per vedere Avatar di James Cameron. Il centro commerciale al cui ultimo piano si trovano le sedici sale cinematografiche è di per sé, per me, la materializzazione dell'inferno. Veri e propri gironi danteschi si attorcigliano rendendo quasi impossibile ai malcapitati capire quale sia la maniera di uscirne.

Tornando al film, non posso non dire di come sia stata una esperienza inedita. La proiezione in 3D avvolge lo spettatore sensibile e lo trasporta dentro la storia e, per dirlo con le parole del protagonista, "Everything is backwards now, like out there is the true world, and in here is the dream".

La trama del film può essere intrepretata come una lettura in chiave ecologista della storia del nostro pianeta. Lo spettatore viene messo di fronte allo scempio che la razza umana ha perpetrato ciclicamente contro la Terra. Lo abbiamo fatto in epoche antiche, moderne, recenti e lo stiamo facendo tuttora. Spietatamente, per l'interesse di pochi, stiamo devastando il pianeta, allontanandoci dalle poche e semplicissime regole che ci potrebbero invece salvare, portando benessere e pienezza ad ogni essere vivente che condivide con gli esseri umani la permanenza sulla Terra.

In Avatar, il tentativo di conquista da parte di un popolo su un altro offre più occasioni per illuminarci sulla vera natura dell'universo: la realtà è una ragnatela dinamica di interconnessioni, dove ogni essere umano (che vi piaccia o meno che ci crediate o no...) è parte di un insieme transpersonale, in totale connessione e interazione, in un unico campo di energia, in un unico immenso presente.  

Attraverso meravigliose e spettacolari immagini corali questi concetti raggiungono la nostra parte più profonda e ci parlano, non è un caso che ogni alieno, come mi ha fatto notare M.G., rechi sul proprio viso alcune costellazioni del cosmo.

“[...] si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla [...] ”. (Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca di autore)

Questo sogno di sogno dura quasi tre ore e se ci si addormenta, restando vigili, ci si potrebbe svegliare, a fine film, comprendendo che questa vita è il sogno di un'altra esistenza più reale. Queste rivelazioni sono trite e ritrite ma occorre sempre che ci vengano di tanto in tanto rinfrescate.

Ultima nota: Sam Worthington è proprio un bellissimo alieno!

Buona visione. 
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Wednesday, February 17, 2010

Le cose come stanno...

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L' AMACA di Michele Serra
da Repubblica — 16 febbraio 2010

Magari è vero che il potere logora chi non ce l' ha. Ma è sicuro che peggiora chi lo detiene. Al punto che anche una manager pragmatica e «attenta ai fatti» come la signora Moratti, in quanto sindaco di Milano appare in televisione e rende una dichiarazione più che faziosa assurda, attribuendo «al centrosinistra» e «alla politica del centrosinistra» la grana inter-etnica di via Padova. Credo sia del tutto inutile ricordare al sindaco di Milano che la legge sull'immigrazione in vigore si chiama Bossi-Fini. Che il governo in carica è di centrodestra, e Berlusconi ha governato il Paese per la gran parte degli ultimi due decenni. Che il ministro dell' Interno è della Lega. Che Milano è governata da quindici anni dal centrodestra. Che il suo vicesindaco De Corato, in perfetta sintonia con la Lega e con il pasdaran Matteo Salvini, è artefice di politiche di sgombero anche violento (coinvolti anche i bambini). E' inutile ricordarlo perché Moratti manager sarà anche attenta ai fatti, ma Moratti sindaco ragiona e parla, purtroppo, con il linguaggio opportunista e vile della politica politicante. La cui prima regola è dire sempre che è colpa degli altri, anche quando gli altri, nel caso in questione, hanno responsabilità dieci volte minori delle sue.
 
Via Padova, Milano, Italia. (C) All rights reserved DDM

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Saturday, February 13, 2010

Milano, Milano, Milano...

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A Milano una signora immagina di essere incontrastata la padrona della città.

Qualche anno fa si è trasferita dal Palazzaccio sul Lungotevere in un palazzo parecchio odiato dai milanesi, quello della famiglia dei Marino, sui cui pesa questo anatema: “Congeries lapidum, multis constructa rapinis, aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapiet”! "Accozzaglia di pietre, costruita grazie a molte ruberie, o brucerà, o cadrà, o sarà rubata da qualche altro ladro…"

Da quando è arrivata ha confuso la nostra città per una location di cui disporre, da prestare agli amici che amano farsi pubblicità: l’ecomostro “Rock'n'Music Planet”, parcheggiato in Piazza Duomo dall’autunno del 2008 sino alla primavera del 2009 (al fine di assecondare le vanità dell’amico vegano ed ex aspirante socialista sig. Gabriele Ansaloni), le discutibili lumache che strisciano in città ormai da mesi, ne sono due patetici esempi.

In questi giorni inebriata di sé chiede “uno scatto di orgoglio” alla cricca delle sarte milanesi al fine di non soccombere ai desideri della mostruosa e potentissima Anna Wintour, editor in chief di Vogue America. “Letitia who, what…?”, needless to say, il feudo delle sarte nostrane si è inchinato a sua maestà nuclear Wintour, ignorando donna Brichetto… che ora è tutta presa da uno squisito scandalo di corruzione e concussione. Niente paura però, ce l'ha fatta per le consulenze d'oro, ce la farà anche questa volta a far finire tutto a tarallucci e vino.

Il corrotto di turno, dopo barbagianni Prosperini, Renzo Masoero e le indagini che ruotano attorno a Guido Bertolaso, ha un nome un po’ buffo: Camillo Milko Pennisi. Nel lontano 1997, agli albori della sua carriera politica nelle file di Forza Italia, a seguito di un incidente in motorino, Milko dichiarava: “I cittadini pensano che i politici di Palazzo Marino abbiano chissà quali garanzie, chissà quali opportunità, chissà quali privilegi. Ma qui è l'esatto contrario: ho scoperto che abbiamo meno degli altri”, lamentando che i consiglieri non godessero di una copertura assicurativa ad hoc da far pesare sulle spalle dei milanesi… Nel 2006, dopo la terza rielezione in Consiglio Comunale, Milko ha assunto l’altisonante incarico di Presidente della Commissione Consiliare Urbanistica, e evidentemente ha voluto guadagnare terreno rispetto agli altri...

E la storia si ripete. Tornando infatti ai Marino, si scopre che nel 1550 Tommaso concluse il suo affare più lucroso ottenendo il monopolio della fornitura di sale proveniente da Venezia per Milano e Genova e successivamente anche per Ferrara. Per questi e altri affari il Marino venne accusato dai milanesi di aperta corruzione. Nel 1553 decise di costruirsi una casa più comoda e iniziò ad acquistare lotti e proprietà nell’area che verrà in seguito occupata dal suo palazzo. La goccia che probabilmente fece traboccare il vaso dell’indignazione fu il nuovo progetto urbanistico. Il Marino nel 1560 aveva infatti ottenuto il permesso di aprire una nuova strada che partiva dall’ingresso principale del palazzo sull’attuale via Marino (allora contrada di San Simplicianino) e giungeva fino a Piazza Mercanti.

Insomma Milano si conferma ancora una volta “la città del fare”: gli interessi propri però e non quelli della collettività che invece dovrebbe essere amministrata in modo onesto e trasparente e guarda caso, oggi come allora, lo scandalo ruota intorno alla speculazione immobiliare, fulcro del Piano di Governo del Territorio come l'hanno battezzato i ciellini. Nome nuovo, palazzinari di sempre.

E sarà una coincidenza che da una famiglia di origine genovese proviene anche Letizia Brichetto Arnaboldi così come Tommaso Marino?

* * *

P.S.: Visto che ci siamo ricordiamo inoltre: il crac della Zincar, la condanna della Corte dei Conti sulla riorganizzazione del Comune di Milano, le due condanne alla sindaca per le consulenze d'oro, le ombre sull’ortomercato, e mentre scrivo: la guerriglia in via Padova!

Le ultime giunte in città: 1993-1997 Lega Nord-Formentini, 1997-2001 e 2001-2006 Forza Italia-Albertini, 2006-2011(?) PdL-Moratti.

E negli ultimi due anni l'unica preoccupazione di donna Letizia è stata quella di andare in giro per il mondo per far aggiudicare l'Expo 2015 alla nostra città. Una grande torta da spartire fra amici che adesso è diventata un altro indigesto e ingestibile pasticcio...

Ma se Milano è quello che è... sicuramente è colpa della sinistra... 

Thursday, January 21, 2010

A Serious Film...

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Per riprendermi dall'insulsaggine di un film visto di recente, ieri ho preferito andare sul sicuro scegliendo un film serio e quanto ho riso, dall'inizio alla fine.

A Serious Man dei Fratelli Coen è un film sul serio, senza scherzi. Ogni grande questione che ognuno di noi si dovrebbe porre viene toccata: il senso della vita, le responsabilità in famiglia, le grandi prove, la malattia etc. e le scorciatoie che a volte ci tentano e che vorremmo percorrere per rendere tutto meno complicato.

Un esilarante prologo in yiddish catapulta lo spettatore in quel mondo di favola nato dall’emarginazione degli ebrei sparsi per l’Europa poco tollerante nei loro confronti, e da lì piombiamo nella Minneapolis di fine anni ’60. Tre eccentrici rabbini che la sanno lunga sulla tradizione ebraica e intanto il nostro eroe, Larry Gopnik, soffre per il proprio imminente divorzio (annunciato dalla moglie tra una faccenda domestica e l'altra), per i problemi disciplinari del figlio (il suo bar mitzvah è imminente e lui pensa solo a farsi canne), per la crescente insofferenza della figlia (pensa solo a lavarsi i capelli e ruba soldi per rifarsi il naso), per l'inguaribile propensione ai guai di suo fratello (gioco d'azzardo, allora perseguidibile sodomia etc.), per una carriera universitaria che stenta a decollare...

In questo turbinio di immagini, di informazioni, di colori, di storie, lo spettatore si perde così come il protagonista e tutto sembra perdere senso, tutto sembra senza senso. "Tutto è senza senso" sembrano dirci i Fratelli Coen e il finale aperto del loro film si ricongiunge al messaggio iniziale che chiude il cortometraggio yiddish Accogli con semplicità quanto ti accade.

Mille sono le chiavi di lettura che fanno di questo film un piccolo capolavoro, d'altronde non stiamo parlando di una sarta che non sapeva più come farsi pubblicità... :)


Tuesday, January 19, 2010

The new fad...

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...we really didn't need or did we...?

In the past weekend flocks and flocks of Milanese gay fashion victims crammed into cinemas to see Tom Ford's A Single Man and were not disappointed by the fashion show normal people were instead deceived into. Not so trickily though.

Jon Kortajarena, a "versatile model in high fashion", unconvincingly plays the role of a Spanish hooker and most of the walk-ons, both men or women, seem to be runway models picked up for their great dumb looks. Nicholas Hoult, as seducing Kenny, attracts more attention for his infamous angora sweater than for his pretty good playing skills. Colin Firth, beautifully ageing, is just being used to sport one after the other the creations of Tom Ford Menswear brand: luxury clothing, accessories, fragrances and cosmetics. Indeed this is perfection in terms of advertising. All special effects are wisely used in the cinematography for maximum impact: warm and cold colours, light or dark lights, black and white, bright or dark, shiny or gloomy and so on.

What mostly disturbs though is the anachronistic way of presenting the issues of a third millenium couple dressed up in faked sixties' clothings. We are supposedly in 1963 and Stonewall is six years to come yet the couple depicted here has it all: a nice sofa to spend sunday afternoons both cuddled away into each other: reading books, listening to music, spoiling their pet dog. Heteronormativity at its best, paradoxically represented here by a gay couple. Groundbreaking. Bravo Tom Ford.

All we fought for... to end up conforming to the norm? No! thanks, we'd like to go beyond that. But most of all Tom Ford is an advertiser and advertisers want to sell and he does it so well, from one revolting cliché to the other, from the obivious to the pathetic... and never if ever a really disturbing image for le grand public. We walk out of the movie theater with a sense of dissatisfaction just like when we get to the final pages of a glossy fashion magazine and we can but throw it into a waste paper bin. We walk away from the movie theater knowing too well that when truly suffering from the loss of a loved one we won't give a damn about Windsor knots or our ties or shoe polish. Since when fashion and death go hand in hand? Or is this the new fad? 

Saturday, January 09, 2010

Etre bien à l'aise...

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Il y a une certaine joie que je n’ai pas et qui me manque.

Elle est accompagnée par une simplicité, une grâce, une superficialité. Une stupidité même, que non plus je n’ai pas. Et pourtant je l’aime ce type de stupidité, partagée par la majorité des gens, les happy beautiful people.

Apparemment on y appartient ou pas à cette majorité stupide et intelligente, parce que l’intelligence du corps est aussi la joie du corps...



... and if a body doesn't dance, it means there is a pain in the soul.