The world may be known Without leaving the house;
The Sky may be seen Apart from the windows.
The further you go, The less you will know.
Showing posts with label in town. Show all posts
Showing posts with label in town. Show all posts

Sunday, December 05, 2010

Un evento piccolo, piccolo...

'
Domani il Museo del 900 aprirà le sue porte alla città, dopo un'attesa durata dieci anni da quando l'allora assessore alla cultura, Salvatore Carrubba, indisse il concorso per la ristrutturazione dell'Arengario.

Milano, secondo gli articoli che ho letto, diventa centro dell'arte e presenta niente poco di meno che al mondo il suo nuovo importante spazio espositivo. Un museo, un semplice piccolo museo, (come in altre medie e piccole città d'Europa, inutile parlare del mondo, ce ne sono a decine: Lione, Valencia, Rotterdam, Aachen...), imbambolerà per qualche mese i provinciali frequentatori di Piazza del Duomo e sarà sicuramente uno dei core element della prossima campagna elettorale dell'attuale prima cittadina.

Il museo lo ho visitato due giorni fa, in un preview del preview (Milano, negli artigli del fashion system, ama creare eventi che escludono...). Le collezioni (circa 350 opere fra cui dei Morandi, Melotti, Fontana, Marini, Sironi, Campigli, De Pisis per citare i più noti) sono sicuramente valorizzate dalla sobrietà e dall'eleganza degli spazi. Grazie al cielo i due architetti, Italo Rota e Fabio Fornasari, non hanno voluto stupire nessuno con effetti speciali. Vero è che il contenitore c'era già: l'Arengario del Portaluppi e un'ala di Palazzo Reale li hanno costretti all'interno di limiti immodificabili. Uniche bizzarrie: una rampa elicoidale tutta vetri, per accedere alla libreria e al ristorante, o meglio al bookshop e al restaurant, che fa tanto Guggenheim dei poveri e un ponte coperto, che più che altro è una passerrella che collega il "nuovo" al "vecchio". Il soffitto e il neon di Fontana a me non dicono nulla, ma sono pur sempre arte... Le cifre: 8000 metri quadrati circa di spazi, di cui circa 4500 espositivi, 28 milioni di euro spesi, del 1901-2 il Pellizza da Volpedo che la fa da padrone ora in una nicchia nera e sotto vetro, del 1968 più o meno il periodo delle ultime opere esposte.

La verità è che da quasi un secolo a Milano non si inaugurava un museo ma questo non lo ho letto in nessuno dei recenti articoli. 

Vi lascio a meditare su questa suggestiva foto, quando ancora la cosiddetta “manica lunga” di Palazzo Reale non era stata demolita per lasciare posto all'Arengario e quando ancora dell'orribile Piazza Armando Diaz non si era neanche sentito parlare.
'
'

Saturday, November 27, 2010

Il colore rosso...


A Milano oggi la rossa "dura e pura" si aggira un po' timidamente fra biblioteche rionali, mercatini dell'usato e locali underground. Ha come minimo fra i quarantacinque e i cinquant'anni, un po' di aria del '68 o dei mitici settanta l'ha pur respirata in prima persona. Predilige assolutamente il nero per i suoi capi di abbigliamento. Scarpe vecchie dall'aria sudicia, pantacalze spessi e minigonne sintetiche, maglie di lanaccia che fa tanti pallini, e cappottoni usati in inverno. D'estate gonnelloni neri a palle colorate, o strane vestine prendisole  che stonano molto sul suo corpo bianco e spesso rinsecchito, immancabile il  sandalo ai piedi. La sigaretta, se fosse possibile, sarebbe perennemente in bocca, accesa, una consolazione per lei sempre in lotta contro qualcuno o qualcosa. I capelli, lavati forse una volta a settimana, sono ispidi, spesso tinti di rosso o arancio, per dare quel tocco selvaggio. Sulla sua scrivania una tazzotta per il caffè, che riempie spesso e, anche questa, forse lava una sola volta a settimana. Di norma gode di un impiego pubblico, perché è profondamente statalista, pro-meritocrazia certo ma anche a favore del posto fisso garantito a tutti: in comune, in regione, alle poste, presso qualche ente dall'acronimo strano e dimenticato da tutti ma sempre in piedi, nonostante le varie crisi e i tagli alla spesa pubblica. Alle spalle un'adolescenza tosta, vissuta kon kompagni e kompagne, fra kapannoni okkupati, kolazioni brioche e ciokkolata ("perché ce la siamo meritata"), vini toskani e salamini bresciani. Il background è nordico, di norma le spalle voltate a una famiglia d'origine più che benestante, a genitori liberi professionisti di successo, a fratelli pluri-laureati che avrebbero potuto guidarla verso un futuro radioso. Lei ha detto no a tutto ciò, perché aveva degli alt(r)i ideali. Oggi ha anche qualche figlio e qualche matrimonio guasto lasciato indietro. A volte non si è data neanche pena di divorziare, abbandonato il marito è passata di compagno in compagno. Non tantissimi sia chiaro. Non è raro che si scelga ragazzi più giovani di lei, anche di una decina d'anni, li cerca così: meridionali, leoni e grossi manzi sotto le lenzuola, pecorelle tutto fare fuori dalla camera da letto. Nel tempo libero ama leggere, spesso rileggere vecchi testi sacri, classici del femminismo tipo Corpo a corpo: una cultura per la sopravvivenza, della mitica Natalia Aspesi. La sua parlata sarà sempre infarcita da cioè, lo capisci no, minchia, ma io a quello lo faccio fuori, me la pagheranno, anche questa, rivoluzione e così via...  Lo  nasconde bene, ma chi la conosce a fondo, sa che è misogina, omofoba e maschilista, fa parte del suo sostrato di sinistroide radicale, nonostante le manifestazioni contro la violenza sulle donne e i suoi amici gay. Non ha nulla contro chi viene dal sud, ma dentro di lei, loro, non sono altro che terroni. Non fa volontariato, non regala niente a nessuno lei, men che meno la sua manodopera. Predilige costose vacanze finto alternative in Asia o America Latina che le diano l'impressione di aver fatto la cooperante per la giusta causa delle sue sorelle in Nepal o Nicaragua che sia. Dice sempre che prima o poi mette la testa a posto, smette di fumare e comincia a fare una vita più salubre, più esercizio fisico, passeggiate in montagna, meno caffè, meno patatine, meno schifezze. Resta però sempre lì, un po' paralizzata.   
'

Thursday, November 25, 2010

Pensavo di andare sul sicuro...

'
copyright RCS Periodici Spa 2010
'
...visitando la mostra Moda: Sostantivo maschile

L'idea è quella di documentare -nelle quattro sezioni: Formal, Easywear, Fashion e People- l'evoluzione del costume maschile attraverso una selezione di immagini pubblicate negli ultimi dieci anni dai periodici Io Donna, Style e Max, (RCS Media Group). Lo spazio: Spazio A - Ex Ansaldo. L'allestimento: più cheap non si poteva. Le foto: stampate su cartoncini di dimensioni assai ridotte e esibite, udite udite!, dentro a degli scatoloni aperti. Il concetto dovrebbe essere quello di un percorso di immagini/ricordi all'interno di un magazzino, e sicuramente l'impressione è quella di trovarsi in un luogo abbandonato.

Alla serata dell'evento inaugurale ci sarà stato anche tanto stile e champagne, ma l'impressione che ho avuto io, ieri, era poco cool e molto cess... Il riflesso un po' in generale della Milano di oggi.

La mostra in realtà serve a promuovere RCS verso i suoi utenti pubblicitari. 

E non potevate dircelo subito? 
'

Monday, November 22, 2010

Non ti puoi sbagliare...

'
La milanese su, alto-borghese, dal cognome e dall’indirizzo giusti, quarant'anni più o meno, la riconosci subito. Non si veste, si copre. Di panni. D’estate predilige il cotone e il lino dai colori tenui e “eco”, le forme morbide. D’inverno si coprirà di stole di lane pregiate, alpaca e mohair, dai colori pastello, uno strato sull’altro, si terrà calda avendo l’aria di non essere troppo bardata o sgraziatamente infagottata. (Golfini e cardiganini in cachemire e merino, ormai troppo a buon mercato, sono lasciati in beneficenza). Le scarpe sempre comode, non più le Clarks forse le Camper. Il make-up è leggero, giusto un’ombra, le tonalità sempre tenui e naturali. Non tingerà mai i capelli, e non sarà una tragedia l’arrivo dei primi bianchi, li sopporterà in silenzio come vide fare a sua madre. Il suo passo non è mai affrettato anche quando è di corsa, in ritardo per qualche appuntamento: dal ginecologo di fiducia o alla scuola del più piccolo, la steineriana, “dove si è così malviste se si arriva in ritardo…”, pazienza –lei è una donna libera e indipendente, pur sempre piena di impegni– che queste maestrine pratichino un po’ di quella tolleranza che tanto pretendono insegnare! Alla sua tavola tutto è fresco e rigorosamente bio, manco a dirlo, a volte si cimenta con l’etnico che fa sempre un po’ "di sinistra", che di questi tempi non guasta mai. Le spezie ricercatissime: buccia d’arancia, cardamomo, cumino bianco, curcuma... Quando è costretta a lavorare lo fa più che altro per potersi finanziare i cd e qualche libro consigliato da qualche amica, più spesso da qualche amico gay, che compra da Rizzoli in Galleria e poi distrattamente abbandona su un tavolino in soggiorno. Lavora nelle relazioni pubbliche, nella comunicazione, nell’arte, nella cultura, insomma non si sporca propriamente le mani. Nel tempo libero oltre a frequentare parchi e giardini, andare a mostre, spettacoli e concerti (ottenendo sempre i biglietti gratis), dedicherà parte delle sue energie almeno ad una attività di volontariato, a un comitato di quartiere, a un presidio contro le misure comunali anti-accattonaggio (tanto di barboni nella sua zona fortunatamente non ce ne sono). Non alza mai la voce, è abituata a ottenere ciò che vuole senza sforzi e senza doversi ripetere. Se proprio deve però, subdolamente non esiterà a manipolare l’interlocutore, per raggiungere il suo obiettivo. È ostinata e irremovibile. Quando le va male, ti tiene il broncio, indefinitamente. Lasciamole credere di essere sempre nel giusto. Tanto non cambia. È così da generazioni.
'

Monday, September 27, 2010

Di una certa borghesia...

'
E' da parecchi giorni che volevo scrivere, dei ragazzi (e delle ragazze) della bella borghesia, milanese e non, sino ad oggi non riuscendoci. Il perché, lo intuisco soltanto, forse.

In un recente articolo de Il Giornale, Luca Doninelli, la borghesia milanese la descrive così: "Basta sentire una sola parola, o l'intonazione della voce, basta vedere certe bluse, certi golfini, certe camicie, certe biciclette, certi androni, certi nasi, certe conversazioni in certi caffè, certi scambi di frasi tra madre e figlia (nella borghesia milanese le figlie adolescenti escono a passeggio con la madre, gli abiti sempre intonati); basta insomma un niente e la si riconosce. I suoi rampolli sono avvocati, giudici, architetti importanti, editori, imprenditori di successo, primari ospedalieri. Molti di loro sono spesso abbronzati".

Oggi i figli di questo ceto che si è sviluppato nei maggiori centri urbani, a nord come a sud, sono di norma bei ragazzi e belle ragazze. Fini nei tratti, dalla pelle chiara al massimo dorata, aborriscono la volgarità nel linguaggio, vestono firmato ma non ostentano nulla. Hanno il vespino giusto, il casco giusto, la collanina e il braccialetto comme il faut, la erre leggermente moscia i ragazzi. Le ragazze mai più che un velo di trucco, leggerissimo. E' inutile specificarlo, la linea è perfetta, ventre piatto per i ragazzi e vita snella per le fanciulle. Sono magri in altre parole, i maschi e le femmine.

A Milano i licei saranno il Manzoni, il Volta o il Berchet, i privati Leone XIII o Gonzaga sono scelti dai genitori che tengono ai valori di un'educazione più cattolica. Nel tempo libero questi "esemplari" dell'alta borghesia frequentano fra tanti luoghi i Giardini Pubblici di Porta Venezia, quelli della Guastalla, la "Cozzi". La sera si va solo a feste private, a casa fra amici, dal figlio del console ics o della contessina ipsilon. Mai nei locali pubblici a spendere inutilmente i denari di mamma e papà.

I ragazzi amano farsi le sigarette da sé, sigarettine quasi, tanto sono l’amore e la scrupolosità che ripongono nell’atto di confezionarle perfette. Nel fumarle poi vi è quell'abbandono, quel gusto nel sapere che tutto alla fine andrà bene, e anche se c'è qualcosa che li preoccupa, in quel preciso istante non lasciano che nulla li turbi, che nessuno si intrometta fra loro e il loro piacere. Non vi è in alcun modo l'ansia di chi fuma nervosamente, schiavo di una dipendenza che avido aspira per mantenere costante il livello di nicotina nelle vene.

'
Al mare nell'esporre i loro corpi vi è un'ostentare discreto se così si può dire. Nulla del mettersi in mostra "tamarro", Rimini o Riccione sono lontane anni luce, per loro mai esistite. La gioventù di cui parlo ama godere della propria (relativa) libertà ma lo fa con un certo distacco, senza darlo troppo a vedere. Un po' di palestra sì, gli abiti firmati pure ma sempre all'insegna dell'understatement. Sobrietà e discrezione li contraddistinguono sempre, quasi si vergognino della propria ricchezza, dei vantaggi e della posizione privilegiata da cui presto avranno accesso verso la loro vita da adulti.

A volte mi è capitato di sfiorarlo il loro universo: they are so attractive and sometimes I feel so awkward.
'
Enjoying the dolce far niente by the sea. Photo © DDM
'

Tuesday, May 11, 2010

Diversamente uguali, ugualmente diversi.

'
E' con questo titolo un po' banale che si inaugureranno a Milano i lavori dell'incontro pubblico per la Giornata Mondiale contro l'omofobia promossa a Milano da MICO presso Palazzo Marino, Piazza Scala 2. Sabato 15 maggio 2010, ore 10.00.
Sit-in silenzioso in via dei Mercanti fra la Loggia e Palazzo Affari ai Giureconsulti alle ore 18.00.

Prego chiunque abbia un blog più letto di questo di dare risalto all'evento, pubblicizzandolo anche sui vari account di Facebook, Twitter, Friend Feed, Tumblr, Delicious e chi più ne ha più ne metta che io non so neanche come funzionano tutti questi social-cosi...
'
'

Sunday, January 03, 2010

Una domenica fa...

.
Un salotto di casa, in una casa della borghesia buona milanese. Media borghesia, non si immagini di più. Anche se le apparenze potrebbero ingannare. Il villino indipendente, primi novecento, il verde che lo circonda, poco, ma pur sempre verde. I balconcini. Il quartiere è tutto "villini priminovecento" e c'è qualcosa che non convince. La zona non è propriamente giusta. Tant'è che prorpio a ridosso sta sorgendo un palazzaccio tutto onde e tutto vetri, esempio di corruzione forse e speculazione edilizia, favorita e voluta dalla pubblica ammistrazione cittadina e regionale. Il quartiere sorse per quelli che già un'epoca fa volevano ma non potevano, e non potendo, il villino dovettero costruirselo ex novo.

Cercando di scoprire le origini di questo quartiere sono incappato in quel che si andava dicendo nei primi decenni del secolo scorso:
"[...] ben poco si è ancora fatto per le classi della piccola e media borghesia, le quali, pure, sentono forse con maggior senso di sofferenza la privazione di un ambiente di vita intima meglio rispondente alle loro aspirazioni, alla loro educazione più raffinata, alla nostalgia di un chez soi più ridente e più sereno, fatta da quotidiani necessarii confronti anche più acuta. Io mi sono proposto di svolgere un'azione in questo senso, particolarmente indirizzandola a profitto della classe dei pubblicisti, letterati, artisti, professionisti e industriali; di coloro, insomma, che da un lavoro spiccatamente intellettuale traggono i mezzi della loro quotidiana esistenza."

Così si posero le basi per la realizzazione del Quartiere a Nord-Est della Nuova Stazione Viaggiatori, "su una vasta area di oltre 120.000 metri quadrati sistemata con signorile larghezza dalla Società Anonima Quartieri Industriali Nord Milano, cessionaria dei terreni ad uso di parco [...] e su cui si stanno gettando le fondamenta di circa cento villini. [...] il primo accenno di uno sviluppo grandioso [...] che rappresenterà nei secoli futuri il grande polmone vivificatore della troppo compressa metropoli lombarda [...]." *

C'è odore di pulito nel salotto buono, di cera appena passata sui mobili. I tappeti sono stati rinfrescati, lavati, profumati. Le librerie ben spolverate. Il parquet tirato a lucido brilla. Tutto è in ordine. Un ordine disumano, freddo. Tutto è fermo, pronto per ricevere. Per mostrare a tutti che tutto va bene. Che si è all'altezza. In sala da pranzo nuove tre candele rosse stanno sul tavolo illuminate dal sole che filtra, della loro luce forse non godremo mai. Sono lì a decorare, a fare atmosfera. Due panettoni di Cova sono esposti in bella mostra, così come svariate bottiglie di vino, appena ricevute in dono probabilmente. Natale è passato da solo due giorni. Il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone e immilla nel quarto le buone cose di pessimo gusto, oddio - gozzano - un corto circuito!

Mi viene in mente più o meno una frase da Family Dancing di David Leavitt che cito a memoria "Never trust clean houses where everything is in order, the very bad things happen there", ma taccio. Sono ospite insieme ad un altro ospite per un brunch domenicale. In questo periodo di crisi i brunch in casa vanno per la maggiore, ci si vede, ci si aggiorna e si fa con quello che si ha. Una spremuta di arancia a testa, una tazzina di caffè rigorosamente, qualche left over del pranzo del 26 dicembre, in fondo è soltanto ieri, del pane tostato e confettura home made. Frutta secca? Non ricordo. Il tutto allestito e servito nel tinello. La nostra ospite è solo la figlia, "questa è casa dei suoi" (parole testuali) e lei - aggiungo io - non ha il permesso per ricevere in sala da pranzo, tanto meno di offrire il caffè sui divani o sulle poltrone del salotto buono, vicino al camino oggi buio e un po' desolato. Non ci viene neppure risparimiato il rito del riordino. Riassettare è imperativo, la lavastoviglie è rotta e pare esserlo da un bel po' di tempo. Si finisce con l'asciugatura del lavello d'alluminio che sennò restano le macchie...

Penso all'ospitalità nei paesi arabi, anche presso la più indigente delle famiglie, allo sforzo di condividere genuinamente il quasi nulla che si ha con ospiti e forestieri. Qui no: siamo a Milano, ricchi, niente per niente e poi si sa la gente su mangia poco e se si deve imitarli tanto vale imitarli anche in questo.

La conversazione. Arte della conversazione? Si è spicci ormai anche in questo presso le terze generazioni. Si parla di lavoro, di soldi, di come si è ottenuta l'ultima raccomandazione per migliorare la propria carriera, di chi è ora la persona giusta da curare se si vuole far arrivare un messaggio al presidente, al ministro, all'ambasciatore di turno. Si scherza su come si è riusciti ad ottenere una targa diplomatica per la propria auto anche se non se ne aveva propriamente diritto, di come poter ottenere quel posto all'unione europea e quell'altro alle nazioni unite. Taglio corto: "Vi supplico cambiamo argomento", è triste vedervi vecchi. Poi chiedo di uscire, facciamo una passeggiata, respiriamo aria fresca. Ritorno felice e amo ancora la mia ospite!

*da Guida ufficiale di Greco milanese, Milano, 1912. Milano, Stab. Tip. dell'Unione cooperativa. p. 143. Nota: La guida è arricchita da una piantina e da alcune fotografie di scorci caratteristici del paese.

Friday, November 28, 2008

Di alcune giornate…

'
Conosco più o meno casualmente, per ragioni di lavoro, Monsieur A.B.A. Sin da subito, quando il Console generale di A… fa il suo nome, qualcosa mi colpisce. Lo aggiunge telefonicamente a una lista di altri nomi di persone che di lì a qualche giorno avrei dovuto incontrare: soliti nomi arabi, Mahmoud di qua, Mohammed di là etc. È un nome particolare invece questo che aggiunge ora, non perché lo abbia già sentito. Pieno di vocali, pieno di “a”, mi piace e non ne conosco la ragione. Intuisco che dietro di esso si cela una persona singolare. Non i soliti soggetti che per lavoro mi capita di incontrare. Faccio una cosa che non faccio mai in questi casi: inserisco questo nome in un noto motore di ricerca, e trovo, quasi me lo aspettassi, centinaia di riscontri: articoli, pubblicazioni, testi, partecipazione a incontri e conferenze, parecchie delle quali in Sicilia… coincidenze. Mi dico: “Finalmente una persona di spessore, una volta tanto, un consulente vero”. Non ci penso più. Incontro Monsieur A.B.A. all’interno di una cornice istituzionale, giocando una parte, io, che ormai ho imparato a recitare alla perfezione. È quanto richiesto dal mio lavoro, dalla mia professione. Sorrido gentile, sono formale ma cordiale, impersono questo ruolo con così magistrale naturalezza, oramai, che io stesso non so più capire dove sta il confine fra quel garbato signore, dall’aspetto giovanile (dentro di sé e dentro al completo scuro non proprio a suo agio, il collo stretto dall’indispensabile cravatta), e il mio vero me che più spesso che mai chiede la libertà! È una giornata di sole, le due guardie all’ingresso, in uniforme di rappresentanza, mi sorridono, mi conoscono, sono vari anni che lavoro dove lavoro. Degli appositi valletti, pagati per questo, potrebbero ricevere i miei ospiti all’entrata e condurli nella stanza dove io comodamente sarei ad attenderli, ma a me così non piace, sebbene quest’ultima sia l’abitudine a Palazzo. I miei ospiti, per quanto possibile, desidero accoglierli e farli sentire subito a casa pur nel rispetto dell’usuale protocollo tanto caro all’Istituzione per la quale lavoro e che spesso rappresento. La delegazione composta da cinque persone si presenta al completo. Monsieur A.B.A., per ultimo, un po’ trafelato, mi stringe la mano. Mi risulta simpatico. La riunione di lavoro dura molto più del previsto e a causa di altre ragioni sono completamente solo a condurre questo primo incontro. Noto in diversi momenti che Monsieur A.B.A. oltre a lasciarsi distrarre da arazzi, specchi barocchi e imponenti quadri del primo ottocento, mi osserva attentamente, quasi mi scruta. Sorrido. Due intense giornate di incontri, riunioni e sopralluoghi si succedono accompagnando la medesima delegazione. Trasporti, energia, incenerimento dei rifiuti solidi urbani, illuminazione pubblica, fiere e commercio: i temi. Il terzo giorno, un giovedì, sarà soltanto Monsieur A.B.A. a rimanere in città per il programma culturale. Visitiamo, accompagnati dalla mia guida preferita (una rossa di capelli, spigliata, che improvvisa molto con il francese, ma in compenso parla bene il brasiliano), il Museo di Arte Antica e le Collezioni del Castello Sforzesco. Mi commuovo come sempre di fronte alla Pietà Rondanini, questa volta non sono l’unico. Visitiamo poi una mostra alla Triennale e il cosiddetto Museo del Design. Visitiamo brevemente Santa Maria presso San Satiro, in via Torino, soffermandoci ad osservare il suo celeberrimo finto presbiterio, disegnato dal Bramante. Facciamo sera e ci concediamo un aperitivo al Caffè Vergnano 1882, in via Speronari. Il mio ospite mi offre dello spumante, mi stupisce. Visitiamo quindi due mostre a Palazzo Reale che il giovedì è aperto fino a tardi, e la Sala delle Cariatidi per quanto chiusa al pubblico. La mia giornata di lavoro dovrebbe così concludersi ma accetto volentieri l’invito a cena di Monsieur A.B.A. che fiducioso lascia a me la scelta del ristorante. Questa non può che ricadere sul Victoria di via Clerici. È un ristorante al quale lego tanti ricordi, ora uno di più, ed è un luogo che per anni si sta dimostrando fedele a se stesso, cosa più che rara a Milano. Parliamo molto e facciamo davvero tardi. Due taxi porteranno ciascuno di noi rispettivamente in albergo e a casa.

Saturday, November 08, 2008

Di una certa Milano...

'
Una sera alla "festa di compleanno" di C. Tutto bene bien sûr, nella Milano che conta nulla è fuori posto, e tutto è all'insegna della discrezione e dell'understatement, mai una cosa di troppo, mai una cosa di meno. Ospite: il fior fiore della fighetteria milanese. I figli delle famiglie giuste, quelle che contano davvero perché non si fanno mai vedere o sentire, che non si espongono, che non dicono nulla di sé: agiscono e basta. Muovono e smuovono i poteri, "limitandosi" a questo. All'insegna del sottotono, all'insegna dello scontatissimo. È naturale che non ci si ponga minimamente il pensiero che esistono persone che non hanno avuto neppure un decimo di tutto quello che in questo ambiente si dà per fermo e stabilito. Di loro a volte parla la cronaca. Un suicidio spettacolare: l'avvocato che si spara in bocca nel suo studio di via Podgora; un caso psichiatrico: il depresso che ammazza i passanti sparando dalla finestra di casa che dà sul Piazzale della Fiera Campionaria; i tossicodipendenti: il fidanzatino che strafatto di coca sfracella il cervello della malcapitata amichetta, l'ex-modella anche lei strafatta che si getta dal balcone col neonato e così via, la borghesia milanese ogni tanto. Ma l'altra sera: no. Una trentina fra bei giovanotti o meglio giovinetti e giovincelle che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro. Tutto è ben ovattato, certo qualche problema ce l'hanno, ma per ora, agli inizi, i genitori di ognuno di loro non smuovono i contatti che contano, quelli giusti. È l'esordio: insomma anche i loro pargoli un po' di gavetta la devono pur fare, hanno tra i venticinque e i trent'anni, hanno potuto frequentare le università giuste e studiare con tutta calma fra settimane bianche e estati in Sardegna, anno dopo anno. Ora è arrivato il momento di farli soffrire un po'… sì, anche se per finta, questa lieve incertezza del domani, questa precarietà apparente li deve temprare. Un annetto o due da sfigati, da persone normali se li devono fare pure loro. Pure il figlio del grande petroliere fa la maschera al Piccolo Teatro di Milano, gioca a fare il sindacalista, si cala nel ruolo, tanto un "safe haven" dove ritirarsi in caso di casini, casini veri, lui ce l'ha. (Mi viene in mente il mostriciattolo biondastro che stava per morire in mezzo ai due puttanoni transessuali, ma quello stava a Torino). E allora giochiamo a fargli fare le ossa a questi figli di papà, che a breve, quando pa' e ma' si sono stufati di averli fra i piedi, chiamano l'amico ministro, l'amico deputato o senatore, l'amico alle Nazioni Unite e un posticino lo trovano al loro pargoletto, che ormai è pronto per dirigere, è pronto per mettersi ad un posto di comando e con la sua mevavigliosa evve moscia a impavtive ovdini. Eppure, l'altra sera ho passato una bella serata. Ho partecipato, ho osservato e sono pure stato osservato, di bestie rare come me, di figli di nessuno, ce ne erano altri due, e ci è stato chiesto: "Ma voi come fate a conosceve C.?". 
Sono rientrato alle ore piccole del mattino, era piacevole sentire il crepitio del fuoco provenire dai vari camini sparsi fra le stanze, l'aroma del narghilé intontante, e le chiacchiere: quelle sempre abbondanti sulla bocca dei figli della borghesia buona. I loro sogni, il voler cambiare "le cose", il futuro sostenibile e tutte queste guerre immorali che dilaniano il mondo, Ruanda e Congo, Sierra Leone e Guinea Bissau: quanta povertà, quanta ingiustizia! E poi le multinazionali e i presidenti fantoccio degli Stati Uniti d'America and so on and on… Eppure, lo ripeto, sono stato bene. Laddove, tempo addietro, avrei maledetto passare una serata in questo modo, l'altra sera, in questa Milano che vive un po' nascosta e ben al riparo fra massicce mura di case, non a caso, costruite almeno dal babbo del babbo a Mivabello, mi sono sentito a mio agio, per quanto ovviamente non veramente accolto. Stavo bene nella mia pelle, e mi guardavo attorno pure un po' divertito. Non ho più nulla da invidiare ai figli di questa borghesia buona. Ognuno ha la sua storia, ognuno la sua croce: quella disegnata dalle stelle. Mi è piaciuto stare con loro, e, in particolare, parlare con G. che ama condiviedere il suo sapere e ha voluto a tutti i costi il mio numero di telefono.
'