The world may be known Without leaving the house;
The Sky may be seen Apart from the windows.
The further you go, The less you will know.

Tuesday, April 07, 2009

Diverso da che?

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Settimane or sono, un po’ per dovere un po’ per piacere, mi sono trovato seduto su una comoda poltrona del Cinema Plinius: davano “Diverso da chi?”. Proseguiva la proiezione, sempre più sprofondavo nella poltrona. Sprofondavo nel sottosviluppo, come questo paese sta sprofondando. La storia è quella di un gay engagé [in coppia da quattordici anni con un gay fedelissimo e innamoratissimo di lui] che quasi di botto seduce e si fa sedurre da una donna (biologica) cattolica oltranzista, divorziata, piena di pregiudizi, cliché dei cliché. Lei bacia lui, e lui se la fa e se la fa e se la fa. Più di tre volte, il che ufficializza il suo di lui tradimento con l’altro lui, che tanto è sempre grottescamente in giro per ristoranti in quanto compilatore di una nostrana Guida Michelin. Per finire la favoletta in bellezza, pure un figlio nasce a questa strana troppia e allora il sogno del “matrimonio gay all’italiana” si corona daveramente: un lui bisex che si è sempre furbescamente fatto chi ha voluto, incollato all’altro che neppure una cozza; un lui vittima passiva che accetta tutto pur di stare in coppia e che desiderava tanto avere un figlio; una lei che pur di stare con un uomo sta con un gay. In sottofondo l’Italia dei compromessi: niente è nero niente è bianco, tutti sono felici, tutti hanno delle case grandi e bellissime, tutti in vacanza si ritrovano con la famiglia allargata, tutti vanno d’accordo. Stomachevole. Felici, dalla disperazione, ho trovato solo i tocchi con cui vengono ritratte le macchiette dell’attuale panorama politico nostrano: a destra come a sinistra. Poco credibili gli attori (attori?) che improbabilmente hanno scordato di essere in una città del nord-est Italia, da queste parti il romanesco non lo si parla, mettetevelo in testa. Realistico. Perché è vero che in Italia tanti gay, cioè omosessuali che si riconoscono in quanto tali, vanno con le donne e spesso si sposano pure e poi, ché i tempi sono cambiati e le donne sono più aperte, senza nasconderlo a nessuno si concedono anche il boyfriend! Quel che importa è non prendere mai una posizione netta, pulita, è cercare di non essere mai diversi, da nessuno, altrimenti si è perduti. Si è individui.“Povera Italia!”*
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*Citando un cittadino marocchino alla ASL di via Andrea Doria a Milano.
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Sunday, April 05, 2009

“I love my job… I love my job…” *

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La mia partenza per un paese del Medio Oriente, tanto per cambiare… è prevista per il 14 aprile con rientro il 18 sera, sabato. Da domani quindi tutto sarà il solito delirio per chiudere l'agenda degli appuntamenti: Sindaco di qui…, Ministro di là…, Direttori di Questo e Direttori di Quello, visite guidate su e visite guidate giù… “Attenzione lì però non ci potete andare, i permessi speciali non li avete”… contatti con la nostra Ambasciata: Primo Segretario, Secondo Segretario, Vice Capo Missione, Funzionario Vicario, Capo della Sezione Economico-Commerciale, Addetto scientifico, Addetto Culturale e tutte le segretarie... e guai a sbagliargli il titolo o a ingarbugliarglielo... che si offendono e ti potrebbero abbandonare in pieno deserto del Negev se hai ferito il loro orgoglio da "missione diplomatica". E poi voli, alberghi, agenzie di viaggio, logistica, prenotazione auto, prenotazione sala vip in aeroporto per i sedicenti vip, spaesamento, salto di pranzi e cene, cene ufficiali e buffet, velluti rossi, moquettes, grandi sale, grandi scale, strette di mano, inchini, sorrisi, la mia mano destra sul mio lato sinistro (il cuore) come ormai mi viene automatico, alzati, siediti, entra, esci, l'auto dov'è, l'autista dov'è, il cellulare dov'è, il ministro non c'è... "No, grazie non bevo vino, un succo di frutta ce l'avete?", "Dov'è la palestra in questo Albergo?" "A che ora apre il business centre?" "Ho perso il programma" "Chi è questo che stiamo per incontrare?" "Ma il boss lo sa che vediamo il Ministro?" "...stasera non ho tanta voglia di andare allo spettacolo" "Ah, l'invito arriva proprio da lui... allora non diremo di no" and so on and on... Well, that's my job! And I pretty like it for the moment, sometimes it sucks... ok, but most of the time... "I love my job"... and don't forget it helps with the mortgage payback!

* quoting Emily Charlton, First Assistant of Miranda Priestly in "The Devil Wears Prada"
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Friday, February 13, 2009

L'amore a tutti i costi...

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...ce lo descrive Alberto Infelise su Metro di oggi. Lì per lì c'ho riso un po' sopra, poche righe, un grande dramma. Tanti grandi drammi: tante coppie sono così, etero e omosessuali. Due si mettono insieme e volendo strenuamente spacciarsi per uno cominciano un vero e proprio calvario fatto di vicendevole sopportazione, reciproche rinunce (i cosidetti sacrifici), spesso innumerevoli ricatti. Eppure per alcuni tutto vale pur di restare in coppia... e allora viva la coppia scoppiata! Chi scrive invece... con il passare del tempo... sempre più si convince che la coppietà non è di casa dalle sue parti.

Il mistero dell'ammore
Non è facile essere innamorati, specie se si è eterosessuali. Il problema è che donne e uomini parlano lingue drammaticamente diverse. Un uomo innamorato desidera due cose: fare all’ammore sempre sempre e riposare un po’ dopo. Una donna innamorata vuole: essere ascoltata, essere capita, essere stupita, amore andiamo all’ikea?, plasmare l’innamorato a suo uso e consumo, ricevere proprio quel regalo, proprio in quel momento, proprio con quelle parole, e non gelide rose virtuali il giorno sbagliato, essere aspettata, essere l’unica ai suoi occhi, amore andiamo all’ikea?, raccontarti in tre quarti d’ora quello che poteva raccontarti in un secondo (di solito in contemporanea con l’inizio di 90° minuto), scegliere le tende che tu non hai gusto, amore andiamo all’ikea?, stabilire in via definitiva che gli amici di lui sono degli idioti, andare a mangiare dai miei, andare a vivere insieme (vicino a casa dei miei), amore andiamo all’ikea?, fare ammettere al suo lui che la sua ex era una cozza (e pure di facili costumi), fare all’ammore. Ok, ma almeno da ikea ci facciamo una trombatina?
(Alberto Infelise, su Metro il 13/02/2009)

Tuesday, January 27, 2009

A Midwinter Night's Dream

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Grande G., grazie del tuo grazie. Andando avanti così finisce che mi riconquisterai. [Ad ogni costo sto cercando di resistere, attraverso i brandelli di un’autostima che lentamente si ricuciono. Resisto alle tue lusinghe, alla tua profonda cattiveria che troppo scoperta hai durante quelle fatidiche giornate di ottobre. E ieri soltanto, subdolo, hai ancora provato a mettermi in debito con te. Non giudico e non me ne risento, ma non cesserò di tenere alta la guardia.]

 ... Gentles, do not reprehend: If you pardon we will mend.

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Saturday, November 29, 2008

Un Golfo diverso...

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Non mi aspettavo granché dai Paesi del Golfo che per ragioni di lavoro ho dovuto visitare. Kuwait e Qatar per quanto ancora conservino alcune tipicità aspirano ad ogni costo ad assomigliare ai vicini Emirati Arabi Uniti. A Dubai la venduta, in particolare. Che infinita tristezza. Ma cominciamo con ordine. Kuwait City è una città decisamente brutta. Non un centro, non un particolare che la contraddistingua, tanti grossi isolati suddivisi da stradoni a sei corsie per senso di marcia. Sono gli americani (del nord) ad averla ricostruita, sul modello di Los Angeles pare, i palestinesi ad averla tradita, gli iracheni ad averla data alle fiamme, infami. Oggi, appollaiati su una bolla di gas e su un lago nero, di kuwaitiani originari il visitatore ne vede ben pochi, così impegnati come sono a rendere se possibile ancora più cementificato il loro martoriato paese. Ex-beduini da una parte, pescatori, mercanti e commercianti dall'altra, fra le mani una ricchezza non sudata che rende grossolani, lo si sa, abbandonati i datteri l'hanno avuta vinta i Macburger halal. Brutta impressione visitare un paese che, ben lungi dall'aver preservato le sue radici, è stato consegnato nelle mani di forestieri. Il 35% dei 2.800.000 abitanti del Kuwait è arabo, il restante 65%, quello dei commercianti, dei tassisti, dei benzinai, dei camerieri e così via, è costituito da malinconici e indolenti pakistani, cingalesi, indiani e filippini. Considerati ovviamente dalla locale e inurbata "élite" beduina, cittadini di serie B. Qatar, vedi come sopra con la differenza che sussiste uno smaccato tentativo di fare di Doha una capitale occidentale: di giorno città d'affari, di notte capoluogo walt disney del divertimento, col suo antico centro storico ricostruito ad arte, souq waqif incluso. Da scordare il fascino della chiamata alla preghiera, il sorriso e lo sguardo complice del venditore di succhi di frutta, la calma pomeridiana etc. Ricordano, invece, tanti suv e tanti moderni centri commerciali le nostre paderno dugnano e i nostri fiordalisi… Di positivo, perché tanto di positivo comunque c'è, come derivato dall'adesione massiccia ai valori del materialismo occidentale: una (almeno apparente) indipendenza dal pesiero dogmatico e conservatore dell'islam wahhabita, che impera da queste parti, e la convivenza pacifica, seppur non paritaria, fra persone di molte diverse etnie.
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Friday, November 28, 2008

Di alcune giornate…

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Conosco più o meno casualmente, per ragioni di lavoro, Monsieur A.B.A. Sin da subito, quando il Console generale di A… fa il suo nome, qualcosa mi colpisce. Lo aggiunge telefonicamente a una lista di altri nomi di persone che di lì a qualche giorno avrei dovuto incontrare: soliti nomi arabi, Mahmoud di qua, Mohammed di là etc. È un nome particolare invece questo che aggiunge ora, non perché lo abbia già sentito. Pieno di vocali, pieno di “a”, mi piace e non ne conosco la ragione. Intuisco che dietro di esso si cela una persona singolare. Non i soliti soggetti che per lavoro mi capita di incontrare. Faccio una cosa che non faccio mai in questi casi: inserisco questo nome in un noto motore di ricerca, e trovo, quasi me lo aspettassi, centinaia di riscontri: articoli, pubblicazioni, testi, partecipazione a incontri e conferenze, parecchie delle quali in Sicilia… coincidenze. Mi dico: “Finalmente una persona di spessore, una volta tanto, un consulente vero”. Non ci penso più. Incontro Monsieur A.B.A. all’interno di una cornice istituzionale, giocando una parte, io, che ormai ho imparato a recitare alla perfezione. È quanto richiesto dal mio lavoro, dalla mia professione. Sorrido gentile, sono formale ma cordiale, impersono questo ruolo con così magistrale naturalezza, oramai, che io stesso non so più capire dove sta il confine fra quel garbato signore, dall’aspetto giovanile (dentro di sé e dentro al completo scuro non proprio a suo agio, il collo stretto dall’indispensabile cravatta), e il mio vero me che più spesso che mai chiede la libertà! È una giornata di sole, le due guardie all’ingresso, in uniforme di rappresentanza, mi sorridono, mi conoscono, sono vari anni che lavoro dove lavoro. Degli appositi valletti, pagati per questo, potrebbero ricevere i miei ospiti all’entrata e condurli nella stanza dove io comodamente sarei ad attenderli, ma a me così non piace, sebbene quest’ultima sia l’abitudine a Palazzo. I miei ospiti, per quanto possibile, desidero accoglierli e farli sentire subito a casa pur nel rispetto dell’usuale protocollo tanto caro all’Istituzione per la quale lavoro e che spesso rappresento. La delegazione composta da cinque persone si presenta al completo. Monsieur A.B.A., per ultimo, un po’ trafelato, mi stringe la mano. Mi risulta simpatico. La riunione di lavoro dura molto più del previsto e a causa di altre ragioni sono completamente solo a condurre questo primo incontro. Noto in diversi momenti che Monsieur A.B.A. oltre a lasciarsi distrarre da arazzi, specchi barocchi e imponenti quadri del primo ottocento, mi osserva attentamente, quasi mi scruta. Sorrido. Due intense giornate di incontri, riunioni e sopralluoghi si succedono accompagnando la medesima delegazione. Trasporti, energia, incenerimento dei rifiuti solidi urbani, illuminazione pubblica, fiere e commercio: i temi. Il terzo giorno, un giovedì, sarà soltanto Monsieur A.B.A. a rimanere in città per il programma culturale. Visitiamo, accompagnati dalla mia guida preferita (una rossa di capelli, spigliata, che improvvisa molto con il francese, ma in compenso parla bene il brasiliano), il Museo di Arte Antica e le Collezioni del Castello Sforzesco. Mi commuovo come sempre di fronte alla Pietà Rondanini, questa volta non sono l’unico. Visitiamo poi una mostra alla Triennale e il cosiddetto Museo del Design. Visitiamo brevemente Santa Maria presso San Satiro, in via Torino, soffermandoci ad osservare il suo celeberrimo finto presbiterio, disegnato dal Bramante. Facciamo sera e ci concediamo un aperitivo al Caffè Vergnano 1882, in via Speronari. Il mio ospite mi offre dello spumante, mi stupisce. Visitiamo quindi due mostre a Palazzo Reale che il giovedì è aperto fino a tardi, e la Sala delle Cariatidi per quanto chiusa al pubblico. La mia giornata di lavoro dovrebbe così concludersi ma accetto volentieri l’invito a cena di Monsieur A.B.A. che fiducioso lascia a me la scelta del ristorante. Questa non può che ricadere sul Victoria di via Clerici. È un ristorante al quale lego tanti ricordi, ora uno di più, ed è un luogo che per anni si sta dimostrando fedele a se stesso, cosa più che rara a Milano. Parliamo molto e facciamo davvero tardi. Due taxi porteranno ciascuno di noi rispettivamente in albergo e a casa.

Saturday, November 22, 2008

Mancavano solo i ferrero rocher…

…al pranzo offerto da un alto funzionario d'ambasciata di un paese estero di recente visitato. Tutto era perfetto: i variopinti ospiti messi insieme per mantenere rumorosa la serata; la cucina appassionatamente italiana (con una strizzatina d'occhio ai vicini d'oltralpe… quella quiche al salmone…), e il menu religiously correct: solo pesce per non creare inutili imbarazzi all'ebreo e alla musulmana; l'accurata scelta musicale; la generosa e semi-clandestina abbondanza di alcolici; l'educata servitù e per finire il prematuro albero di natale. Peccato per la strisciante ineleganza, la sommessa tracotanza degli astanti, ognuno impegnato a non essere se stesso per paura di mostrare qualche profondità, qualche debolezza forse? Ma perché temere? Architetto, se sono vent'anni che ti godi la vita da espatriato in un paese "difficile" significherà pure che gli utili li sai fare, quindi perché creare questa maschera? E tu che ti sei accaparrata questo marito "dans la carrière", pensavi che di punto in bianco saresti diventata raffinata? … Per un motivo o per l'altro spesso mi trovo a dover assistere e raramente a poter essere, e mi ostino a non volermene fare una ragione.

Saturday, November 08, 2008

Di una certa Milano...

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Una sera alla "festa di compleanno" di C. Tutto bene bien sûr, nella Milano che conta nulla è fuori posto, e tutto è all'insegna della discrezione e dell'understatement, mai una cosa di troppo, mai una cosa di meno. Ospite: il fior fiore della fighetteria milanese. I figli delle famiglie giuste, quelle che contano davvero perché non si fanno mai vedere o sentire, che non si espongono, che non dicono nulla di sé: agiscono e basta. Muovono e smuovono i poteri, "limitandosi" a questo. All'insegna del sottotono, all'insegna dello scontatissimo. È naturale che non ci si ponga minimamente il pensiero che esistono persone che non hanno avuto neppure un decimo di tutto quello che in questo ambiente si dà per fermo e stabilito. Di loro a volte parla la cronaca. Un suicidio spettacolare: l'avvocato che si spara in bocca nel suo studio di via Podgora; un caso psichiatrico: il depresso che ammazza i passanti sparando dalla finestra di casa che dà sul Piazzale della Fiera Campionaria; i tossicodipendenti: il fidanzatino che strafatto di coca sfracella il cervello della malcapitata amichetta, l'ex-modella anche lei strafatta che si getta dal balcone col neonato e così via, la borghesia milanese ogni tanto. Ma l'altra sera: no. Una trentina fra bei giovanotti o meglio giovinetti e giovincelle che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro. Tutto è ben ovattato, certo qualche problema ce l'hanno, ma per ora, agli inizi, i genitori di ognuno di loro non smuovono i contatti che contano, quelli giusti. È l'esordio: insomma anche i loro pargoli un po' di gavetta la devono pur fare, hanno tra i venticinque e i trent'anni, hanno potuto frequentare le università giuste e studiare con tutta calma fra settimane bianche e estati in Sardegna, anno dopo anno. Ora è arrivato il momento di farli soffrire un po'… sì, anche se per finta, questa lieve incertezza del domani, questa precarietà apparente li deve temprare. Un annetto o due da sfigati, da persone normali se li devono fare pure loro. Pure il figlio del grande petroliere fa la maschera al Piccolo Teatro di Milano, gioca a fare il sindacalista, si cala nel ruolo, tanto un "safe haven" dove ritirarsi in caso di casini, casini veri, lui ce l'ha. (Mi viene in mente il mostriciattolo biondastro che stava per morire in mezzo ai due puttanoni transessuali, ma quello stava a Torino). E allora giochiamo a fargli fare le ossa a questi figli di papà, che a breve, quando pa' e ma' si sono stufati di averli fra i piedi, chiamano l'amico ministro, l'amico deputato o senatore, l'amico alle Nazioni Unite e un posticino lo trovano al loro pargoletto, che ormai è pronto per dirigere, è pronto per mettersi ad un posto di comando e con la sua mevavigliosa evve moscia a impavtive ovdini. Eppure, l'altra sera ho passato una bella serata. Ho partecipato, ho osservato e sono pure stato osservato, di bestie rare come me, di figli di nessuno, ce ne erano altri due, e ci è stato chiesto: "Ma voi come fate a conosceve C.?". 
Sono rientrato alle ore piccole del mattino, era piacevole sentire il crepitio del fuoco provenire dai vari camini sparsi fra le stanze, l'aroma del narghilé intontante, e le chiacchiere: quelle sempre abbondanti sulla bocca dei figli della borghesia buona. I loro sogni, il voler cambiare "le cose", il futuro sostenibile e tutte queste guerre immorali che dilaniano il mondo, Ruanda e Congo, Sierra Leone e Guinea Bissau: quanta povertà, quanta ingiustizia! E poi le multinazionali e i presidenti fantoccio degli Stati Uniti d'America and so on and on… Eppure, lo ripeto, sono stato bene. Laddove, tempo addietro, avrei maledetto passare una serata in questo modo, l'altra sera, in questa Milano che vive un po' nascosta e ben al riparo fra massicce mura di case, non a caso, costruite almeno dal babbo del babbo a Mivabello, mi sono sentito a mio agio, per quanto ovviamente non veramente accolto. Stavo bene nella mia pelle, e mi guardavo attorno pure un po' divertito. Non ho più nulla da invidiare ai figli di questa borghesia buona. Ognuno ha la sua storia, ognuno la sua croce: quella disegnata dalle stelle. Mi è piaciuto stare con loro, e, in particolare, parlare con G. che ama condiviedere il suo sapere e ha voluto a tutti i costi il mio numero di telefono.
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Monday, May 26, 2008

Color dell'oro

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Continuano ad avere la pelle color dell'oro,
alcuni i tratti fini, il bianco sorriso sempre.

Mi piacciono ancora, ma non mi incantano più.

Il velo si è lacerato,
lo sguardo lo attraversa,
il fascino si è disciolto.

Non ruota più attorno a te un satellite, Adone.

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Colour of Gold


They still have their skin the colour of gold,
some delicate features, a white smile always.

I still like them, but no longer captivating do I find them.

The veil is torn,
A look pierces through,
The charm melted.

A satellite does not turn around you, Adonis.
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A Far Cry from El Kef...

...sento un urlo nella notte. Mi sveglio del tutto e sento delle urla ancora. Sono urla di donna, di dolore. "Un accouchement..." penso, considerato il numero medio di infanti pro familia in Tunisia, niente di piu' probabile. Sembrano provenire, le urla, dal cortile della casa giusto affianco al mio albergo, si protraggono per un certo tempo nella notte altrimenti tranquilla. Penso al travaglio, al pianto, al mestiere di donna, nei paesi arabi. Mi alzo ed esco di buon mattino, un mattino di luce, un mattino di vento e di sole, un mattino di nord affrica che tutti credo dovrebbero conoscere. Rientro in albergo poco prima di mezzogiorno, una giovane coppia tunisina sta uscendo, noto un piccolissimo bagaglio. Usciti loro, senza alcuna malizia, il portiere, rivolto a me, rimasto unico ospite, sentenzia: "Première nuit de mariage, ils ne sont pas d'ici." Tutt'altra era la sofferenza: le urla, il travaglio. Tesi erano gli sforzi a mostrare che era la prima volta, quantomeno con lui: il legittimo sposo questa notte. Che fatica essere moglie, nel Mediterraneo.

Saturday, January 19, 2008

Monday, April 23, 2007

Una mappa un po’ speciale…

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Prima o poi, fra le mani, anche questa mi doveva capitare di cartina. Una cartina che non si compra in libreria e che non si trova nemmeno nella più fornita delle biblioteche. È una cartina come tante zeppa di segni, alcuni luoghi risaltano più di altri, alcuni punti sono contrassegnati da una croce. Nel calcare sulla carta si è creato un taglio, altri posti sono così insignificanti che non c’è neanche un nome per identificarli, il nome di diverse località invece è sbiadito: le lacrime accanite cadendoci sopra, implacabili… È la cartina di un viaggio esclusivo, unico, in barba a tutti gli itinerari di offerte e proposte delle agenzie viaggio, è la cartina del mio personalissimo viaggio perché tutti nascendo ne tracciamo una, volenti o nolenti. C’è chi nasce e non si muove dalla Cascina Rosina (detta anche “La Porella”) o chi da lì compie il viaggio della sua vita e si sposta al Fornasotto di Caronno Pertusella, qualche chilometro più in là per accrescere il suo status di Presidente di Ong… c’è chi invece può vantare bandierine nei cinque continenti, non è il mio caso, almeno per ora. Abituato a lasciarmi incantare dalle grandi pagine degli atlanti, questa cartina non la scruto spesso perché mi fa paura, ecco sì mi spaventa questo viaggio presente e passato, impresso chissà dove dentro di me che non sono esperto di incursioni nell’io di un’esistenza al margine. Nella mia fuga verso sempre nuovi altrove non ho fatto altro che ingigantire questo enorme foglio, aggiungendovi nomi, nomi, nomi di luoghi ai quali spesso si associano nomi di persone, il più delle volte nomi di cani. È intricata adesso questa mappa di dolore e con difficoltà mi ci oriento, ma un’uscita di emergenza c’è sempre no, e io la devo trovare.


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Thursday, March 08, 2007

Douz, un'escursione dall'oasi

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“Se arrivate a Douz in un pomeriggio estivo, quando regnano il caldo e il silenzio, vi chiederete perché siete venuti fin qui. Resistete però alla tentazione di andarvene con il primo louage in partenza, perché questo posto non ha eguali in Tunisia: cercatevi un posto all’ombra e riposatevi, come tutte le città del deserto, anche Douz si risveglia solo alla sera quando una brezza fresca richiama la gente nelle vie; e sono proprio i suoi abitanti una delle bellezze di questa città, popolazione del deserto per la quale la gentilezza e l’ospitalità sono priorità irrinunciabili.” Così recita la Lonely Planet alla voce Douz. Città poco conosciuta, sicuramente meno nota della vicina Tozeur e mille volte più autentica di questa, per quanto “autentico” possa essere ormai un qualsiasi luogo sul nostro pianeta, infestato com’è di lonely travellers…, a Douz ci sono arrivato di pomeriggio e mi sono ritrovato a disturbare proprio quella quiete, quell’assenza di movimento che a noi occidentali viene rivelata ma che raramente, se non mai, potremo conquistare e vivere dentro di noi, that Peace that passeth Understanding… (detto tra parentesi: alcuni sciagurati, sedicenti artisti, anarcoidi e sinistresi dell’emisfero sviluppato pensano di poterla raggiungere facendosi qualche canna, il loro cervello in realtà è bruciato già da prima ed è un’assenza di materia grigia che affligge le loro vite…), lasciatomi rapire (non come certi giornalisti alla moda però…) per svariate settimane ci ho messo le tende a Douz. La vita nell’oasi, indietro nel tempo e lontano da ciò che conosciamo ci affascina; ci seducono i suoi ritmi e i suoi abitanti, apparentemente anch’essi lontani dalle isterie del nostro mondo. I sapori dell’oriente e il profumo delle spezie ci stregano… ma state in guardia cari lettori e non solo contro i rischi di una brutta epatite! La vita nell’oasi ha i suoi svantaggi. Nel cercare di far parte di questa comunità la prima cosa alla quale si deve rinunciare è la propria vita in quanto individui. È un po’ difficile da spiegare: si resta sempre liberi, liberi (in quanto forestieri) prima di tutto di andarsene, ma entrando nella comunità, non si è più uno, si diventa solo uno dei tanti membri: il mio tempo, il mio sapere, la mia esperienza, le mie cose, il mio denaro iniziano ad appartenere anche a tutti gli altri membri della comunità, e tutto questo non è il frutto di teorie applicate, è e basta. Per un po’ può fare comodo essere il membro di un gruppo: non si deve pensare a nulla, ci si svuota di tutte le ansie, everything is provided…, a lungo andare però questa assenza di individui, questa gente generica a cui non è permesso di istruirsi, di differire, di spiccare, pena l’espulsione dal gruppo, si ritrova nel bel mezzo di un’enorme pozza di mediocrità, di stenti e di miseria intellettuale ed è qui che questo comincia a fare comodo ad alcuni pochi che fanno di tutto affinché nulla cambi. Perdonate il mio divagare, dalla vita nell’oasi sono passato a descrivere la vita nel mondo arabo-islamico, che sia diventato un sociologo del calibro dell’Alberona? Sto per andarmene da qui ed è stata proprio la mancanza di libertà di espressione la cosa che di più mi è mancata in questi mesi, neanche nel chiuso di quattro mura o fra le sconfinate onde di dune del deserto si può parlare, il rischio è sempre in agguato, un anno e mezzo di galera per aver parlato male del presidente Zine Abdine Ben Ali ho assistito con i miei occhi al momento dell’arresto e alle urla disperate della mamma mediterranea: “wuhad sa’a u nus, wuhad sa’a u nus!” (un anno e mezzo un anno e mezzo!). Per di più gli arabi (ma quanto sangue arabo c’è dopotutto in un tunisino o in un marocchino…?) sono molto suscettibili e un po’ schizofrenici, loro rimpiangono le loro radici pre-islamiche, loro si possono lucidamente lamentare dell’attuale condizione in cui versa la totalità dei paesi arabi, della mancanza di democrazia, della corruzione dilagante etc. ma raramente permetteranno a un non musulmano di fare altrettanto: scatta un meccanismo di difesa del clan, della razza… ma lascio agli esperti sociologi la parola, che io sono un ignorante di queste cose e non ho letto nulla in merito. Dei rispettabili tunisini mi dicono che loro, in fondo, stanno comunque bene così, il loro dittatore, non è poi così malaccio (rispetto ad altri paesi arabi qui si gode di un relativo benessere economico, di un diffuso grado di sviluppo e di istruzione, le donne sono cordialmente invitate a non fare uso dello hijab…) potrebbe sempre andare peggio. Guardano al Libano, all’Iraq e all’Iran per citare pochi esempi e ringraziano Allah.
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Friday, March 02, 2007

Tunisian boys: a tribute and a tear...

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Mi piacciono i capelli corti corti, le ciglia folte, gli occhi scuri, la pelle liscia color oro, la bocca sempre larga, i denti bianchissimi e il sorriso perenne. Il collo forte, il corpo asciutto, il sedere sodo, i piedi grandi. Mi piacciono, che ci posso fare? Hanno la testa vuota, è per questo che sono belli, molto spesso fumano e non hanno NULLA in comune con me. E non c’è nulla che io abbia in comune con loro, è per questo che mi piacciono. Riflettono in ogni istante l’amore ricevuto in grande copia, senza riserva o benché minima interruzione, dalle loro madri e dai loro padri e dalle loro nonnne e da i loro nonni. Lo riflettono perché in esso si sono sempre rispecchiati e questa è la loro unica certezza: che l’amore c’è e che loro ne hanno diritto comuque e sempre e che non verrà loro mai a mancare, che ormai ne hanno pure grandi scorte. A differenza della quasi totalità dei turisti uomini singoli provenienti dalla vicina Europa io durante questi tre mesi non ho mai fatto sesso con un ragazzo tunisino, sebbene molti di loro si siano dimostrati più che esplicitamente disponibili. La ferita è aperta e io parlo di farfalle e le farfalle non interessano a nessuno. Più avanti vi diro’ forse altri perché.
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Monday, January 29, 2007

Come mi manca il siriano…

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...la sua dolcezza le sue gentili espressioni, i suoi modi di dire. Come allora mi aveva conquistato, nuovamente mi ha catturato ma ancora una volta vi ho dovuto rinunciare. Non per sempre sia ben inteso, ma “...fino a quando l’innamorato avrà pazienza? Prolungata si fa abbandono la lontananza...” Per chi stesse pensando a lui: snello, chiappe sode e ventre piatto, be’ toglitelo dalla testa, io sto pensando all’arabo colloquiale parlato in Siria, i maschi per ora non c’entrano. È da quasi tre mesi che cerco di non ascoltare, di non captare quanto viene “emesso” dai gentili abitanti della terra che mi ospita, il tunisino è uno strazio per le mie orecchie, mi rifiuto di apprendere a parlare questa lingua gutturale, grezza, che pare frantumata, selvaggia, poco mi importa quale sia la causa, il sostrato bebero o beduino..., loro parlano e io soffro! C’è però chi mi consola... l’adhan ( أذان o "la chiamata alla preghiera") come lo scandisce lui nessuno... certo si tratta di arabo letterario, tutta un’altra cosa e il minareto della moschea sta proprio di fronte alla finestra della mia camera. Questo mueddhin ( مؤذن ) sa di avere un tocco in più e infatti ho notato che per non far confondere la sua voce con quella degli altri inizia sempre un po’ prima o un po’ dopo il dovuto, così è sicuro che il suo canto si distingua dall’altrui gracchio! Mi diverto ad imitarlo e modestamente ci riesco abbastanza bene tanto che il mio ignorante coinquilino mi ha detto che potrei fare l’imam...
 ٳن شاء الله
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Saturday, January 20, 2007

Il fascino indiscreto della medina.

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Dopo alcuni giorni di assoluta clausura, ci si ammala in Africa come altrove…, sono finalmente uscito per strada, come dire mi hanno riaperto l’ossigeno, perché la vita qui è solo quella che si passa in strada, in casa si sta per ragioni meramente funzionali e soltanto per il tempo strettamente necessario. Mi hanno fatto un certo senso i volti nei quali mi sono imbattuto, ai quali mi ero assuefatto, tutto materiale di studio per il sig. Lombroso, perché i vicoli della medina pullulano di mala… Se ne stanno accucciati su un marciapiede, si appoggiano a una parete scrostata o, sempre in coppia, deambulano senza una meta precisa. Il più delle volte non mi vedono nemmeno, il loro sguardo, che pare tanto truce, in realtà non cela niente: resti di cavolo, bestioni maschi il cui più alto pensiero è come fare a procurarsi la prossima sigaretta (qui, su richiesta, le vendono singolarmente!) o il prossimo caffè. In verità il più delle volte non sono nemmeno dediti ad alcun malaffare, se ne stanno lì solo perché non hanno voglia di fare niente… la pigrizia alla quale sono costretti, in parte è indotta (by the ruling class, hard as it may seem to believe…) in parte ormai è anche tanto amata! Non li degno più di uno sguardo questi bestioni…

Non è solo botteghe però, garzoni e putridi vicoli la medina: c’è una città sopra la città, che vive di sole, antenne e minareti: è quella che appartiene ai gatti, ai panni stesi, alle donne e che si contrappone al lato oscuro e bruto del mondo ma(s)chile di qui. Questa seconda realtà sfugge il più delle volte al visitatore di passaggio, che al massimo, quando è sprovveduto, accetta l’invito del venditore di turno, ad inchianare in tutta fretta sul tetto del suo negozio, senza immaginare che poi per questa breve boccata di luce dovrrà pagare un pedaggio! Io, su un tetto, a Tunisi, ci abito. Lo ho scelto andando incontro a qualche svantaggio: la casa è vecchia, quasi trecento anni, piena di crepe, piene di bestioline probabilmente…, la ‘’femme de ménage’’ è un po’ ladra, (come i proprietari e l’amministratore, del resto, che mi hanno chiesto una cifra assurda per poter vivere quassù) e sopratutto pulisce poco, il portiere è furbo e scansafatiche, come tutti i portieri che si rispettino, e anche a suon di mance, e io sono di norma generoso con la servitù (but one can tip too little as well as too much), non fa mai una mazza di quello che gli chiedo…, giornalmente sono costretto ad interagire con alcuni dei bottegai vicini, per ragioni di bon voisinage e in più tutti i miei movimenti sono facilmente osservabili e sempre osservati… ebbene, questi ed altri inconvenienti sono ripagati dalla generosità del sole che quassù ha tutto l’agio di riversarsi nella mia stanza, dai saluti che scambio con qualche ragazzina che, lontana da sguardi indiscreti, fa i compiti sul suo terrazzo, dalla vista e soprattutto dalla pace assoluta, perché qui i rumori della città non ce la fanno ad arrivare e ve ne sono altri: qualche gallo che strilletta, i gatti che si azzuffano e immancabili il venerdì le prediche dell’imam che telediffuse in diretta dagli altoparlanti del minareto si intromettono nella vita di tutti… Sull’originalità della sistemazione che ho trovato aggiungo che si tratta dell’antica residenza di un ricco commerciante risalente, nella sua pianta attuale, alla metà del XVIII secolo, oggi è trasformata in una specie di museo, più pomposamente denominato Istituto di Alta Cultura, che ovviamente, grazie a inghippi e intrallazzi varii, gode delle generose sovvenzioni di due dei nostri ministeri… E’ finemente decorata e ha più corti interne, fresche d’estate, un po’ inutili ora che è inverno. Le camere sul tetto devono essere un’aggiunta dei primi del ‘900, per ospitare i forestieri sicuramente ma di più non saprei dire.

Quello di cui sono certo è che di trame, decisioni e condanne segrete, questi muri ne devono avere sentite tante. La sera la casa è avvolta dall’oscurità e le colonne del portico, i passaggi da una stanza all’altra, le alte volte costituiscono lo scenario ideale per sedersi in un angolo e, rimanendo totalmente inosservati, sorprendere il discorso sussurato di chi crede essere solo.
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Il cortile della mia casa a Tunisi, qualche tempo prima che ci andassi ad abitare
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Friday, December 29, 2006

trying to keep rational...

- unfortunate native born under latitude 30° - gargantuesque inferiority complex on most native individuals - information is normally witheld, mixed up purposively when not hidden altogether, for no apparent reason - no such things ever as a "kept word", "mutual trust", "reliability" and so on... - intestine conflicts over-reign in the souk - any foreigner, around here, is the victim of conjectures and common places... foreigner feels like pot of honey attacked by swarm of dirty flies - unfortunate native spends very little or no time at all reading, studying, cultivating forms of "entertainment for the mind" therefore interchanges with other humans are very basic - native's favourite past time: side-street cafes, consuming sugary liquids ("kes té"), trying to deceit unaware "innocent" tourists into visiting most uninteresting spot in the Sahara desert - main subject of conversation, of course: flus, flus, flus... but i am having lots of fun all the same...

Tuesday, November 14, 2006

pensieri estemporanei...

in siria le uova di gallina si comprano solitamente trenta a trenta, si contratta ovviamente il prezzo che varia dalla mattina alla sera dello stesso giorno, perche' come il pane anche le galline devono fare almeno due infornate al di'. altro particolare e' che le uova, di colore sempre bianco, sono spesso macchiate dal sangue di culo di gallina. che nel mondo arabo non esista il concetto di individuo cosi' come noi lo conosciamo, e' cosa risaputa e neppure il concetto di privacy esiste se e' per quello... quando una affettuosissima bambina di sei anni ti entra in bagno senza bussare alla porta perche' a tutti i costi ti vuole dare un bacino e ti trova li' con il batacchio di fuori..., voi questo come lo chiamate? tutti gli sheikh con i quali ho avuto il piacere di intrattenermi erano grassi e palesemente cule. a me hanno sempre fatto ricordare i frati nostrani. in siria di cule artsy fartsy ce ne sono pochissime, per lo piu' si tratta di omozozzuali che battono nei parchi a tenebre calate, e fanno qualcosa in cessi e latrine maleodorantissime, spesso sono sposati e hanno figli. le altre cule che cercano di mantenere una facciata da maschie sono le venditrici di stoffe nel suq, ma perdono il contegno molto rapidamente, almeno con me in molti casi lo hanno perso dopo pochi minuti, implorandomi di seguirli nei loro retorbottega, cosa che ovviamente non ho fatto. a loro agio di cule ci sono solo gli sheikh, uno dei quali, era un giovedi' sera, ha fatto arrivare nel suo studio un barbiere (cula anche lui) e si e' fatto fare barba e capelli a domicilio continuando a conversare con me come se nulla fosse, solo dopo mi ha detto: "tutti i giovedi' sera mi faccio bello per la predica del venerdi'...!" del velo vi parlo la prossima volta che ora sono stanco. chi sa dove cercarle puo' vedere le foto che ho fatto e ho avuto l'accortezza di conservare nella memoria della macchina fotografica ... perche' le oltre cento che avevo salvato sulla flash card sono andate sputtanate. la mia flash card sospetto sia stata sabotata nell'internet centre dove ero uso andare, si devono essere salvati anche tutti i dati che ci tenevo dentro, roba personale, di lavoro, foto varie e file di musica israeliana! erano dei veri e proprii control freak in quell'internet cafe', il mouse del mio computer spesso si muoveva da solo sullo schermo... erano loro che si stavano facendo i c... miei!

Monday, November 13, 2006

I'm leaving, I am a traveller after all...

I sensed this trip wouldn't last as much as I had planned it from the start. I sense things, people who know me personally know this, I sense many things... Come raccontavo prima la noia ha avuto il sopravvento, i giorni di pioggia sono finiti -quasi quindici giorni senza interruzione di acqua e freddo eccezionali, una cosa che non capitava da anni mi dicono...- ma ho deciso comunque di andarmene, la Siria non fa per me, e' un paese malato, e per me debole di nervi, non puo' essere certo consigliabile prolungare una permanenza da turista. Tutto qui viene lasciato cadere a pezzi, qualsiasi iniziativa di spirito individuale viene evidentemente scoraggiata, quando non addirittura ostacolata o repressa, e comunque per realizzarsi, deve sempre essere oltrepassato il muro della burocrazia... a suon di mazzette... (Persino per ottenere il mio permesso di soggiorno, non e' il caso di diventare clandestino in Siria, settimana scorsa, ho capito che dovevo allungare qualche lira siriana sopra il banco, per evitare di passare un inferno di giorni dentro all'ufficio passaporti immezzo a iracheni, russi e altri profughi di nazionalita' che non ho saputo individuare. Non ce ne sono volute molte, il corrispondente di qualche euro e l'ufficiale di polizia preposto e' diventato gentilissimo, ha persino spiccicato qualche parola di inglese e ha messo la mia pratica on top of all the others, dal capitano o da non so chi che doveva firmare i quattro moduli da me riempiti in originale, con quattro foto e quattro firme, ho superato tutti nella fila, ma per i malcapitati questo era assolutamente normale, io sono un privilegiato quindi nessuno ha battuto becco, e loro stessi potendolo fare avrebbero fatto lo stesso..., cosi' ho provato pure l'ebbrezza di corrompere un pubblico ufficiale con poco meno di due euro...) Il regime militare vigente si e' insediato oltre trent'anni fa, tramandandosi di padre in figlio, una minoranza sciita alawita continua a far passare la voglia di vivere a milioni di persone. Nel 1982 alcuni cercarono di ribellarsi, alzarono la voce, venticinquemila vennero fatti fuori, e a tutt'oggi carceri sotterranee dedite a pratiche di tortura godono di ottima salute, il servizio di polizia, non tanto segreta, e' capillare e l'uomo del mukhabbarat ho imparato a riconoscerlo anch'io da lontano: viaggia su jipponi o altri macchinoni di grossa cilindrata e porta baffoni e occhialoni scuri, una macchietta da film, poi ci sono altri uomini piu' discreti, dai quali comunque bisogna guardarsi. Pare che ogni conversazione telefonica, e-mail o chat siano controllate, not very encouraging ...hugh...! Sono stanco anche di tutte le bandiere di Hezbollah, e dei ritratti con la faccia furbacchiona del loro grassoccio condottiero, appiccicate su quasi ogni vetrina di negozio, insieme a quelle ovviamente di Bashar e del suo paparino Hafez. Vedere nel vecchio quartiere ebraico tutte 'ste bandiere giallo e verde mi ha fatto vomitare, e come si fanno la bocca che in Siria gli ebrei li avrebbero lasciati tranquillamente vivere, sono loro che hanno liberamente deciso di andarsene... E' comunque interessante notare come allo stato attuale, la pratica della religione islamica calzi a pennello con regimi militari dittatoriali, una giusta dose di lavaggio del cervello garantita, una buona dose di norme repressive in nome di valori morali ormai andati persi nell'Occidente dei cani infedeli adoratori della sozza croce, e tanta tanta ignoranza. In fondo costrignedo le persone a credere che in casa propria e' sufficiente avere un unico libro, quran karim, che solitamente non sanno neppure leggere, si fa presto a renderli dei subjecti. Scusate per lo sfogo, forse la fallaci si e' impossessata temporaneamente delle mie facolta', ma mi ci voleva proprio! Prossimamente vi raccontero' (se riusciro' ad accedere al sito), sempre per esperienza vissuta, del velo fatto indossare a una ragazzina di undici anni che ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma suo padre (uno che di notte va poi a battere nei parchi per succhiare uccelli circoncisi) cosi' ha voluto: perche' l'onore di famiglia va salvaguardato e poi siccome fra qualche anno dovra' venderla: "il velo fatto indossare da subito ne fara' aumentare il prezzo" (parole sue).

Monday, November 06, 2006

accesso limitato...

l'accesso a queste pagine e' stato limitato non dal mio desiderio ma da qualcuno che ha potere su una non meglio definita "access control list" che considerava questo sito forbidden... ebbene si' tocco con mano che non sempre si puo' cio' che si vuole e come e quando lo si vuole... molti diranno "...e non lo sapevi sin da prima di partire?" well, anyone has the right to try their luck! l'atmosfera locale mi ha dapprima un po' elettrizzato e ora mi da solo noia, ho toccato con mano anche una certa incompetenza nel ramo educativo... l'universita' di aleppo offre corsi limitatissimi e di dubbia qualita', la scuola privata dove sono andato purtroppo non ha potuto garantirmi il corso in quanto io unico studente: non musulmano, straniero e maschio (si fa per dire), non posso ricevere lezioni da una insegnante: donna, musulmana e virtuosa, da solo, ci sarebbe stato bisogno di almeno altri due studenti di cui almeno uno possibilmente donna biologica... (ovviamente la ricerca di altri studenti era compito mio) mi sono astenuto dal dire che sono una povera cula all'estero come tante... visto che le argomentazioni del corano avrebbero molto da dire anche su questo... ho provato allora la via di un insegnante privato maschio che parlasse inglese o francese... e' stata un'impresa trovarlo e alla fine si e' capito che non era insegnante proprio per niente, si' l'inglese lo parlava... ma insegnante di arabo proprio non era, quindi ho tentato la via della scuola coranica in una moschea rinomata, lo sheikh titolare, un vecchio volpacchione, ha tentato, dopo essersi sincerato che non bevo alcohol, che mi astengo da rapporti con le donne e che non mangio carne di maiale, di convertirmi all'islam... io sono stato al gioco e ho recitato davanti a illustri testimoni di rito le formule magiche richieste, sicche' a detta dello sheikh io ora sono musulmano... that was quite easy, ...ehe... so what can i do now? i'll just be a traveller for some more time and then decide how to proceed...