The world may be known Without leaving the house;
The Sky may be seen Apart from the windows.
The further you go, The less you will know.

Saturday, January 09, 2010

Un amore d'egitto...

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Pochi giorni fa, intorno a natale, ha provato a chiamarlo, di mattina, lui non gli ha risposto. Accade ancora come accadeva allora. Lui ha qualcun altro e spesso non risponde al telefono.
Fra loro c'è sempre stata questa cosa di farsi gli auguri anche per le feste dei cristiani. Lui è molto tollerante e di vedute aperte. Nella sua città natale c'è una grande comunità di copti e tante chiese. Un giorno l'altro è persino riuscito a fargli indossare una kippà. Lui rideva e chiunque lo avrebbe scambiato per ebreo. Diceva che gli ebrei non sono cattivi. Diceva che Sharon era cattivo. Gli diceva: ...أنت مش يهود يهود Faceva credere all'altro, a cui piaceva, che gli piacesse. Forse per un po'. Per i primi tempi fu davvero così. Un amore senza cognomi.

* * *
Si conobbero verso la fine del mese di Ramadan del 1420 (fra il mese di dicembre 1999 e il gennaio 2000 dell'altro calendario). Erano in moschea per l'iftar e lui aveva cucinato per tutti. Lui era il nuovo cuoco. Era da poco arrivato a Milano. Non parlava neppure una parola di italiano. L'altro ricominciava da poco a studiare l'arabo. Scambiarono qualche parola. No, scambiarono qualche sguardo e tanti sorrisi. Scambiarono numero di cellulare.


Poche settimane più tardi l'altro lo invitò a casa da lui. Un palazzo borghese, della Milano bene, dove gli stranieri non sono ben visti. A distanza di qualche anno gli disse che quella prima volta, salendo le scale, provava paura, era intimorito. L'altro decise apposta di non aprire la grata dell'ascensore, le portine di legno cigolanti, l'odore di cera. Doveva essere un'ascesa lenta, accedere al suo mondo. Per ragioni diverse entrambi tremavano un po' nel salire quelle ampie scale. Non sapeva davvero chi fosse, cosa volesse, questo ragazzo italiano che lo invitava a casa sua, con la scusa di imparare l'arabo. Mezz'ora dopo sul letto si stringevano, si baciavano.


Così cominciò, così andò avanti per i successivi quattro anni.


La prima grande crisi: quando si presentò dall'altro, potevano essere le sette di sera, era stanco, aveva lavorato tanto come suo solito, con una piccola sacca, c'erano le sue cose. Ci stava provando, voleva trasferirsi a casa sua in pianta stabile. Non gli bastavano più i fine settimana, o qualche notte a caso. Era stanco di condividere una camera con altri dieci maleodoranti egiziani. Lui eri diverso da loro. Di un altro ceto. L'altro lo guardò turbato. Non sapeva nulla di quello che era accaduto. Lo guardava sorpreso. Non capiva perché. Accese la tv. Era l'11 settembre 2001. Il suo volto si illuminò a vedere quelle immagini. Era divertito. I due grattacieli in fumo. Rideva come un matto. Rideva. Pensava che l'altro pensasse che lui in qualche modo avesse delle colpe in quanto arabo e che per questo ora era arrabbiato con lui. Non era esattamente così. Comunque scelse proprio la giornata sbagliata per cercare di trasferirsi dall'altro.


La loro relazione andò avanti. Liberamente. Si usavano a vicenda? Lui piaceva all'altro, ma nulla di più. Fra uomini è così. Non si possono fare sogni, promesse, tipo: ti amo, sei tutto per me, ti voglio sposare, avremo dei figli e via dicendo. Fra uomini si è più pratici. Per forza di cose. L'onestà, la lealtà, la franchezza però devono esserci anche fra uomini. L'altro era in buona fede, lo è sempre stato con lui e per assurdo lo è ancora. Dopo tutto quello che è stato.


Si accorse che gli era infedele dal suo lessico. Cominciò a sfoggiare parole di una indicibile volgarità. Lui non poteva capirlo, non poteva rendersene conto che quei "progressi linguistici" che amava mettere in mostra non potevano essere che il frutto di rapporti intimi con personaggi di infima levatura. Espressioni dialettali persino. Non disse nulla, in fondo non erano propriamente fidanzati. Lui non gli apparteneva e certo neppure l'altro desiderava appartenergli, alla araba. Però gli piaceva ancora e questo lui lo sapeva. E se ne approfittava.


L'altro si stancò. Più si integrava con gli italiani, più perdeva la sua gentilezza, i suoi modi mediorientali, la sua apparente innocenza. Si faceva gioco dell'altro. Lo derideva. Il suo candore, la sua trasparenza lo infastidivano. L'altro si fece forza. Lo mandò finalmente al diavolo.

Per mesi non rispose più alle sue chiamate. E quando bussava alla porta l'altro non apriva. Sapeva che eri lui. Conosceva i suoi orari. Il suo palazzo non gli incuteva più timore. Suonava al citofono dei vicini che gli aprivano il portone. Sapevano ormai che quello del quarto piano aveva un amico straniero, si fidavano delle sue buone maniere e del suo bell'aspetto. Rispettabile. Un aspetto distinto. Un bell'uomo. Un bel sorriso. Era ormai il 2004.


Passò tutto il 2005 e buona parte del 2006. L'altro perse tutte le sue tracce. Non vi fu più alcun suo segno di vita. Né lo cercò. Pensava sempre a lui però. Lo aveva stregato. Non ebbe alcuna relazione nel frattempo. Niente di niente. Pensava sempre e solo a lui. Vagheggiava di lui, del suo fantasma. Vinse una borsa di studio per migliorare l'arabo, scelse la sua città. Quattro milioni di abitanti. Impossibile incontrarsi. E poi lui era ancora in Italia, pensava.


Settembre 2006. A poche settimane dalla partenza, squilla il suo telefono. Era lui. Diceva che lo amava. Che nel 2005 era tornato a casa. Aveva lasciato l'Italia. Come sempre l'altro non gli mentì. Glielo spiegò che di lì a poco si sarebbe trovato per tre mesi nella sua città. Per studiare arabo all'università. Lo invitò a stare da lui. Senza esitazioni. Dopo tutto quello che l'altro aveva fatto per lui, era felice di poter ricambiare con la sua ospitalità. Accettò. Dopo aver posto alcune condizioni.


Rivederlo nel suo paese, nella sua città, pareva un sogno. Glielo aveva promesso, quando ancora le cose andavano bene fra loro, che un giorno gli avrebbe fatto visitare la sua città. Adesso era arrivato il suo turno. Era felice di fargli vedere come viveva lui. La sua casa. Gli piaceva poter parlare di nuovo l'italiano.


Verso le tre così, dopo un tè alla menta, gli dice che sta per rincasare suo figlio. Non gli crede. Gli è sempre piaciuto fare questi scherzi. Alle tre e mezzo del pomeriggio bussa alla porta il più dolce dei ragazzini, sì e no dodici anni. Lo chiama baba e chiede chi sia l'altro. E' diffidente all'inizio, un amico del papà che viene dall'Italia e che parla la sua lingua. All'improvviso un ospite a casa. Poco dopo gli dice che stanno per arrivare Aziza e Atiya, le sue due altre figlie, la maggiore e la più piccola. No. Ha anche un quarto figlio, nato un anno prima. Poco prima del divorzio. Tornato dall'Italia, sua moglie non lo ha più voluto. Aveva capito che gli piacevano gli uomini. Un po' troppo più del dovuto. I primi tre figli però sono rimasti a lui, questo è il codice della famiglia nel mondo arabo.


E l'altro? Quattro anni insieme e gli tenne nascosto questo di sè. Che era un marito e un papà. Aveva addirittura capito che se l'altro avesse saputo che era "una sposata" lo avrebbe preso a calci nel sedere prima che se ne potesse rendere conto. Le cose però ormai erano fatte. Aveva rinunciato alla camera nel pensionato universitario. La mattina dopo, del secondo giorno, i suoi figli andati a scuola, fanno l'amore, sul tappeto. Quando il muezzin comincia a intonare l'adhan, la chiamata alla preghiera, dice che devono interrompere, per rispetto. L'altro e suo figlio diventano inseparabili. Alim non è stupido, qualcosa l'ha capita dell'amicizia di suo padre.


* * *

Oggi lui ha provato a chiamarlo due volte. Questa volta è l'altro a non rispondere. Lo chiamerà fra poco. Ormai è sera. Sono passati dieci anni. Sono rimasti amici. A modo loro. Non è più andato a trovarlo. E lui gli chiede la lettera d'invito necessaria per tornare in Italia. L'altro occupa un buon posto, lui lo sa, un visto potrebbe farlo rilasciare in giornata. No.


Ha tradito la sua fiducia, lo ha giudicato, lo ha deriso. E' stato difficile perdonare. Imperdonabile sarebbe ricascarci. Eppure fra poco alzerà il telefono e proverà a chiamarlo, è un po' più tardi dove sta lui per via del fuso orario, gli piace salutarlo, parlare con suo figlio che ora deve essere diventato proprio un bel ragazzo, furbo però, come il papà. Salutare Atiya la più piccola e Aziza che si era presa una bella cotta per lui!


Sono passati dieci anni giusti da quel mese di Ramadan. E ancora l'idea di lui lo affascina. Il mistero dei suoi modi, della sua lingua, della sua terra. Spera che avranno un'altra chance. Spera che avranno un'altra vita. Non glielo dice mai però:

...أنا بحبك يا أنس

Friday, January 08, 2010

Shameful horror...

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Normally I do not deal with political issues in this blog, from time to time though, it is good to amplify what some people in our government would like to hide away...

please, click to enlarge and read carefully.


Thursday, January 07, 2010

Il canto delle spose...


...non convince, non convince, non convince. Troppi corsi di arte drammatica, troppa teoria, troppa scuola di cinema e viene a mancare quella spontaneità, vera o presunta, che in un film per me è imprescindibile. Gli ingredienti ci sono tutti, il racconto di per sé è originale, la tecnica c'è ma il risultato finale pare un compitino ben fatto e niente di più che lo renda unico, eccezionale.

Una storia tutta al femminile, due adolescenti, una musulmana e una ebrea, un'amicizia in bilico, dei padri assenti e delle madri impiccione per forza di cose, siamo a Tunisi ed è il 1942. Alla musulmana non è concesso di sposarsi finché il fidanzato non troverà un'occupazione stabile (e l'occupazione nazista gliene offrirà l'opportunità), all'ebrea è imposto un matrimonio di convenienza. I tempi sono duri per tutti. I sentimenti vengono ritratti ma mai esplorati fino in fondo, ci vengono offerte toccanti immagini di depilazione inguinale, qualche lacrima, qualche svenimento, tanti bacini, tante carezze. La violenza e l'indolenza maschili abbondano, tutto però rimane sempre politicamente corretto, quasi non si volesse dare fastidio a nessuno pur denunciando fatti terribili. E' questo forse che più infastidisce.

Un po' di poesia, qualche bomba che cade qua e là, qualche danza orientale, qualche bastonata nazista, un po' di lavori forzati, un abito da sposa e una dolce melodia, un maghrebino ricciolino, gli uomini più anziani che passano le loro giornate stesi a dormire: una bella frullata e il film è servito.

Un merito sicuro di Karin Albou, la regista de Le chant des mariées, è comunque quello di avere affrontato il tema quasi tabù della Seconda Guerra Mondiale nei paesi colonizzati, lei stessa che interpreta la madre di Myriam e la madre di Raoul sono le uniche attrici che ci offrono un'interpretazione degna di nota. Le due giovani, Lizzie Brocheré (Myriam), Olympe Borval (Nour), e il giovane Najib Oudghiri (Khaled), checché se ne dica, devono ancora fare strada.

Pietoso e indecente il doppiaggio del film che lo spettatore italiano è obbligato a subire. Archibald Enterprise Film che lo distribuisce se si è occupata anche di questo aspetto dovrebbe sprofondare: Nour (نور) è un nome comunissimo e si pronuncia [nu:r]!

Salviamo gli ultimi fotogrammi nei quali le due ragazze, quasi fondendosi in un abbraccio, intonano, l'una e l'altra, in arabo e in ebraico, una litania che ci fa sperare che le cose andranno per il meglio.  

Ultima nota dolente, la sala. Il Cinema Centrale ha da poco celebrato i suoi cento anni di attività ed è la più antica sala cinematografica milanese ancora attiva. Sta sempre lì lì per chiudere i battenti, non conto mai più di una ventina di spettatori quando vado a vedere qualcosa, e allora consiglio al proprietario e gestore Alberto Massirone di vegliare un po' più sulla cortesia di Colei che troneggia alla Cassa!

Monday, January 04, 2010

The diary I let people read...

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Il diario che permetto agli altri di leggere: così definiva ad un certo punto la fotografia e la sua opera, Nan Goldin. E io amo la sua opera perché mi fa essere dove vorrei essere, senza il fastidio di esserci. Non potrei sopportare gli odori per esempio che si vedono nelle fotografie di Nan Goldin. Finestre sempre chiuse, interni putridi dove si sono consumate sigarette, droga, sesso. A volte odore di cipria e rossetto. Quasi onnipresente il rosso, di vino o di sangue.

Nel 1968, all'età di quindici anni, Nan Goldin comincia a tenere in mano un apparecchio fotografico. Nel 1973 a Boston la sua prima esposizione personale: già un viaggio nelle sub-culture gay e trans del dopo Stonewall, il post-punk e il new-wave degli anni settanta e dei primi anni ottanta.  

Non mi infastidisce il suo modo di documentare la vita, perché lei lo fa dal di dentro, lei ci è immersa fino al collo, non è un'ipocrita spettatrice dei diversi, degli apparentemente diseredati, degli scoppiati che ritrae. La sua biografia ce lo conferma, anche se ne ero certo prima di documentarmi.

Provo invidia per il coraggio di avere vissuto questa vita selvaggia, di avere esplorato gli estremi, toccato il fondo, la passione, l'urgenza di consumare tutto. La vita in comune, tutti sbroccati nelle comuni, ai tempi in cui questo si faceva davvero.

Oggi ci si accontenta di farlo in internet, nei social-cosi, nelle communities virtuali...


Ieri lo si faceva e basta, non c'erano piatti da lavare o camerette da tenere in ordine...

Sunday, January 03, 2010

Una domenica fa...

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Un salotto di casa, in una casa della borghesia buona milanese. Media borghesia, non si immagini di più. Anche se le apparenze potrebbero ingannare. Il villino indipendente, primi novecento, il verde che lo circonda, poco, ma pur sempre verde. I balconcini. Il quartiere è tutto "villini priminovecento" e c'è qualcosa che non convince. La zona non è propriamente giusta. Tant'è che prorpio a ridosso sta sorgendo un palazzaccio tutto onde e tutto vetri, esempio di corruzione forse e speculazione edilizia, favorita e voluta dalla pubblica ammistrazione cittadina e regionale. Il quartiere sorse per quelli che già un'epoca fa volevano ma non potevano, e non potendo, il villino dovettero costruirselo ex novo.

Cercando di scoprire le origini di questo quartiere sono incappato in quel che si andava dicendo nei primi decenni del secolo scorso:
"[...] ben poco si è ancora fatto per le classi della piccola e media borghesia, le quali, pure, sentono forse con maggior senso di sofferenza la privazione di un ambiente di vita intima meglio rispondente alle loro aspirazioni, alla loro educazione più raffinata, alla nostalgia di un chez soi più ridente e più sereno, fatta da quotidiani necessarii confronti anche più acuta. Io mi sono proposto di svolgere un'azione in questo senso, particolarmente indirizzandola a profitto della classe dei pubblicisti, letterati, artisti, professionisti e industriali; di coloro, insomma, che da un lavoro spiccatamente intellettuale traggono i mezzi della loro quotidiana esistenza."

Così si posero le basi per la realizzazione del Quartiere a Nord-Est della Nuova Stazione Viaggiatori, "su una vasta area di oltre 120.000 metri quadrati sistemata con signorile larghezza dalla Società Anonima Quartieri Industriali Nord Milano, cessionaria dei terreni ad uso di parco [...] e su cui si stanno gettando le fondamenta di circa cento villini. [...] il primo accenno di uno sviluppo grandioso [...] che rappresenterà nei secoli futuri il grande polmone vivificatore della troppo compressa metropoli lombarda [...]." *

C'è odore di pulito nel salotto buono, di cera appena passata sui mobili. I tappeti sono stati rinfrescati, lavati, profumati. Le librerie ben spolverate. Il parquet tirato a lucido brilla. Tutto è in ordine. Un ordine disumano, freddo. Tutto è fermo, pronto per ricevere. Per mostrare a tutti che tutto va bene. Che si è all'altezza. In sala da pranzo nuove tre candele rosse stanno sul tavolo illuminate dal sole che filtra, della loro luce forse non godremo mai. Sono lì a decorare, a fare atmosfera. Due panettoni di Cova sono esposti in bella mostra, così come svariate bottiglie di vino, appena ricevute in dono probabilmente. Natale è passato da solo due giorni. Il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone e immilla nel quarto le buone cose di pessimo gusto, oddio - gozzano - un corto circuito!

Mi viene in mente più o meno una frase da Family Dancing di David Leavitt che cito a memoria "Never trust clean houses where everything is in order, the very bad things happen there", ma taccio. Sono ospite insieme ad un altro ospite per un brunch domenicale. In questo periodo di crisi i brunch in casa vanno per la maggiore, ci si vede, ci si aggiorna e si fa con quello che si ha. Una spremuta di arancia a testa, una tazzina di caffè rigorosamente, qualche left over del pranzo del 26 dicembre, in fondo è soltanto ieri, del pane tostato e confettura home made. Frutta secca? Non ricordo. Il tutto allestito e servito nel tinello. La nostra ospite è solo la figlia, "questa è casa dei suoi" (parole testuali) e lei - aggiungo io - non ha il permesso per ricevere in sala da pranzo, tanto meno di offrire il caffè sui divani o sulle poltrone del salotto buono, vicino al camino oggi buio e un po' desolato. Non ci viene neppure risparimiato il rito del riordino. Riassettare è imperativo, la lavastoviglie è rotta e pare esserlo da un bel po' di tempo. Si finisce con l'asciugatura del lavello d'alluminio che sennò restano le macchie...

Penso all'ospitalità nei paesi arabi, anche presso la più indigente delle famiglie, allo sforzo di condividere genuinamente il quasi nulla che si ha con ospiti e forestieri. Qui no: siamo a Milano, ricchi, niente per niente e poi si sa la gente su mangia poco e se si deve imitarli tanto vale imitarli anche in questo.

La conversazione. Arte della conversazione? Si è spicci ormai anche in questo presso le terze generazioni. Si parla di lavoro, di soldi, di come si è ottenuta l'ultima raccomandazione per migliorare la propria carriera, di chi è ora la persona giusta da curare se si vuole far arrivare un messaggio al presidente, al ministro, all'ambasciatore di turno. Si scherza su come si è riusciti ad ottenere una targa diplomatica per la propria auto anche se non se ne aveva propriamente diritto, di come poter ottenere quel posto all'unione europea e quell'altro alle nazioni unite. Taglio corto: "Vi supplico cambiamo argomento", è triste vedervi vecchi. Poi chiedo di uscire, facciamo una passeggiata, respiriamo aria fresca. Ritorno felice e amo ancora la mia ospite!

*da Guida ufficiale di Greco milanese, Milano, 1912. Milano, Stab. Tip. dell'Unione cooperativa. p. 143. Nota: La guida è arricchita da una piantina e da alcune fotografie di scorci caratteristici del paese.

Friday, December 25, 2009

Dolcezze mediterranee...

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Dopo una spruzzata di neve, piove questa mattina presto a Milano e sembra che sia tornato l'autunno a Natale. Non è di neve, di freddo, di nero, di grigio che scrivo.

Scriverò di sole, di brezza, di mare, di luce, di bianco, vi parlerò di Algeri.

Algeri l'ho vista, con i miei occhi, attraverso gli occhi di Nadir Moknèche e del suo superbo film "Délice Paloma", del 2007. 134' minuti di donne, di colori, di freschezza, di sapori e di sotterfugi mediterranei. Di uomini, di corruzione, di musica e di poesia.

Una donna imponente, una lunga treccia scura le cade sulla spalla, un cagnolino di pezza in mano, e un piccolo sacco di tela. Poche parole e l'ufficiale (donna) del penitenziario la lascerà uscire:

"J'espère que ton séjour en prison c'est bien passé. Bon: volià les bijoux, voilà le sac. Verifiez!... Sache beb sac ta'ka".

Fuori di galera. Tre anni dopo. M.me Aldjéria. Sola si incammina verso la sua nuova vita ricordandoci quella di un tempo. Quella in cui tutto quello che faceva, lo faceva per cambiare vita...

M.me Aldjéria è una donna forte, ragazza madre, oltre che di suo figlio Ryadh si occupa anche di Mina sua sorella sordo-muta e di Shéhérazade una prostituta che sogna di cambiare vita. Quindi tanti sono i suoi pensieri e le sue preoccupazioni. Di professione Aldjéria ha deciso di occuparsi dei guai degli altri e di risolverli, dietro lauto compenso. Ogni mezzo è lecito: piccoli imbrogli, raggiri, trappole, corruzione. Nonostante ciò lo spettatore solidarizza con lei, perché Aldjéria quello che fa lo fa con spirito, ironia e senso di responsabilità.

Le immagini di Algeri nel frattempo scorrono, un tassista abusivo ci porta dalla periferia al centro città, dal presente al passato, verso l'immeuble Lafayette, dove dal terrazzo del suo appartamento, al diciassettesimo piano, Aldjéria conduce i suoi affari e la vita dei suoi cari, cercando di dominare su tutto e tutti. 

1995: nel pieno degli anni più bui del terrorismo, ai giardinetti del vicino Marché Nelson, Zouina incontra Zineb, così si chiamano in realtà Shéhérazade e Aldjéria, che costrette a "far sognare" gli uomini abbandonano i loro nomi per dei nom de scène. E così nasce l'Agenzia "Madame Aldjéria vous arrange ça", che vede come associati, oltre a Zouina, il figlio stesso di M.me Aldjéria e Maitre Djaffar, un avvocato che si presta a "giocare con la legge" ovviamente per favorire gli affari della padrona.

Algeri la vediamo splendere di giorno e luccicare di notte nel chiuso dei suoi postriboli e dei suoi locali più in voga. Cheb Rafik conduce le serate al Miami e lentamente scivoliamo nei meandri del demi-monde che la capitale, come ogni capitale, richiama a sè, nei suoi night club.

Tutto cambia quando Paloma danza per Ryadh sulle note della mitica Youm Wara Youm interpretata da Samira Said e Cheb Mami.

Algeri la vediamo dall'alto, da dentro e da fuori. Dal mare persino, presso myzwar, il decaduto R.U.A (Racing Universitaire d'Algérie) dove un passeur complotta e gestisce il suo giro di crociere della disperazione dalla costa sud del Mediterraneo alla costa sud della Sicilia, che è sempre sud ma almeno è Shengen... Qui Luchino Visconti girò la scena dell'incontro fra Meursault (Marcello Mastroianni) e Marie (Anna Karina) ne Lo Straniero (1967). 

Della storia di più non racconterò perché il mio è un'invito a vedere questo film che racconta di sogni di donne. Una cerca di recuperare il mondo perduto della sua infanzia, vuole tornare alle origini. Un'altra, M.me Billil, sogna il divorzio e la vita con uno più giovane che possa darle un figlio. Baya, "je ne suis pas du matin...", sogna un visto per la Spagna e intanto si prostituisce. Shéhérazade è stanca e sogna di sistemarsi, ce la farà ad avere un marito e una coppia di gemelli. Ma non sarà felice, costretta a vestirsi da corvaccio. Paloma sogna la danza, pare ingenua, ma sa bene quanto vale e non perderà tempo a cogliere l'occasione giusta.

E gli uomini mi chiederete? Monsieur Billil è integro ma prima, vittima del tradimento di sua moglie, poi di quello che lei stessa architetta per lui: "maintenant il faut mettre le feu là haut" sono le istruzioni per farlo sorprendere fra le braccia di una più giovane. Ryadh è debole, sogna di ritrovare suo padre, e fugge lo strapotere materno solo perché soccorso dalla vera e propria incarcerazione di sua madre. L'avvocato Djaffar si gode la vita e i bei ragazzi, prima di tutto però pensa alla sua pelle. L'ex Ministro per i Diritti Umani e della Solidarietà è un bel drittone che ancora non disdegna bustarelle. Dal tassista abusivo, dal cassiere del cinema AlHambra e dal padrone del Miami trasudano quella simpatia e quella sfacciataggine a cui molti e molte non sanno proprio resistere.

A fine giornata, sola, ancora, M.me Aldjéria se ne torna a casa, a piedi. E sogna di Ryadh e Paloma di cui ha perso ormai le tracce. Delle bottiglie di birra in mano non le permetteranno di salire su un altro taxi.

Nadir Moknèche oltre a regalarci delle immagini meravigliose riesce con estrema naturalezza a mostrarci Algeri, e l'Algeria di oggi (suggestivi sono gli scorci di Fouka e di Tipaza) nella loro più assoluta contemporaneità e conradditorietà. L'islamista barbuto e insicuro di sè che sposa l'ex prostituta, l'avvocato belloccio che vive quasi apertamente la sua omosessualità, la moglie del ministro che non si fa problemi ad amoreggiare con un ragazzo molto più giovane di fronte al marito che si salva d'imbarazzo con una semplice battuta e così via. Nadir Moknèche non ha nemmeno paura di accennare all'argomento dei disparus.

E' durante un fine settimana franco-algerino nel gennaio scorso a Parigi che A.B.A., non sapendolo, mi ha fatto vedere il film che oggi eleggo mio "miglior film del 2009".

Sunday, December 20, 2009

Fuga dall’Egitto

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Un mondo nel mondo, il triste mondo del sospirato paradiso a portata di mano. A portata di tutti, a portata di click. All inclusive, delusione assicurata si intende nel (e dal) prezzo per la maggior parte dei fruitori di questo tipo di offerte. L’aspetto interessante è che pur non nuovi a spiacevoli sorprese, gli affezionati frequentatori di villaggi turistici tendono a ripetere l’esperienza. Vaga la speranza che quello appena scelto sia diverso dal precedente, questa volta è quello giusto di resort, come gli operatori del settore li chiamano adesso: definizione finto originale, fregatura sempre uguale. La realtà è che la quasi totalità di questi habitué non avrebbe neppure idea di come organizzarsi un viaggio tagliato su misura, a seconda del proprio budget e dei propri interessi, il primo sempre ridotto, i secondi quasi inesistenti. Quindi come in tutto (parlo di molti italiani) lasciano e adorano che venga disposto di loro. I più sono giovani coppie eterosessuali, coppiettine che si fanno incarrozzare, si fanno imboccare, si fanno dire quando è ora di fare una nuotatina, una passeggiatina, un’escursioncina, una festicciolina, una cenettina, una scopatina e una dormitina e poi daccapo. No wonder dopo una settimana passata così avvertono una sensazione di vuoto interiore, l’avvertono soltanto, non riescono a capire perché sono tristi, e lo sono visibilmente. Spesso a fine viaggio scoppiano anche sommessi litigi che non sfuggono agli occhi delle altre esauste coppie di turisti di una settimana. A proposito tutti sono accoppiati, volenti o nolenti, perché l’offerta è valida per “due o multipli di due”, pena l’odioso balzello del “supplemento singola”: sei solo quindi spenderai di meno quindi ti faccio pagare di più! Il capitolo delle viaggiatrici e dei viaggiatori solitari/e all’interno dei villaggi turistici merita uno spazio suo tutto, che il blog “Ma che amore d’Egitto!” in effetti dedica loro.


Un pacchetto turistico “all inclusive soft” (tutto incluso, ad eccezione delle bevande alcoliche che non beve), io non lo avevo mai acquistato. È stato un piacevole ritorno agli anni dell’infanzia, quelli della colonia estiva o invernale. L’idea di base è che di norma gli ospiti sono considerati (e di fatto spesso lo sono) dei disgraziati con nessuna esigenza di scoprire qualcosa di nuovo, fare esperienze diverse, ascoltare, vedere, imparare, allargare la propria mente. No. Il desiderio di questi soggetti è quello di poter finalmente passare un po’ di tempo con il loro compagno/a che a stento hanno modo di frequentare e conoscere, immersi come sono in una routine fatta di lavoro per entrambi e di impegni su impegni a non finire che arrivati a sera, storditi da un po’ di tv (non fa mai male e soprattutto fa dimenticare loro quella medesima routine di cui sopra), finiscono a letto senza neanche la forza per lavarsi i denti. Sesso? Neanche a parlarne: “proviamoci sabato, amore mio”.


Allora ecco che per mesi si vagheggia la famosa settimana tutto compreso. Sole, mare, niente rotture di scatole, dove tutto sarà facile, dove felici tutto sarà predisposto per noi, dove ogni desiderio verrà esaudito (avendolo pagato in anticipo). Si accontentano comunque di poco considerati gli standard piuttosto bassi, e in bassa stagione si è anche più fortunati, quantomeno non si deve lottare per una sdraio, per l’upgrade di una camera o per l’attenzione di un cameriere. Anzi il personale, ridotto all’osso, è molto disponibile sebbene sempre un po’ viscidamente cortese. Più fortunati di molti altri colleghi, loro lavorano anche d’inverno.

Tutto è studiato nel villaggio turistico in maniera che ai clienti (“Aquí no hay reclusos, hay internos…” lo diceva una guardia carceraria a Segovia) sia reso difficile uscirne se non quando deciso dagli organizzatori delle varie e salatissime attività/escursioni fuori pacchetto. Per esempio è stato impedito ai piccoli taxi autonomi di sostare nelle immediate vicinanze dei controllatissimi cancelli di entrata. Una corsa che normalmente con queste auto locali costerebbe al massimo un euro viene sponsorizzata dal pulmino dell’hotel a dieci euro e poi giunti nel mondo reale e cioè la più vicina “cittadina vera con gli egiziani veri” si viene controllati a vista e si viene spinti a forza negli esercizi turistici dai quali gli organizzatori ricaveranno la loro brava percentuale sugli acquisti fatti dagli incauti esploratori… Qualsiasi tentativo autonomo di spostamento fuori dal villaggio turistico viene scoraggiato e le indicazioni fornite sono talmente contraddittorie e depistanti che anche il più ardito pioniere alla fine si rassegna e si accontenta di quello che gli viene offerto: sole, spiaggia, sdraio, ombrellone di paglia, piscina, soft drink, tè alla menta, massaggio aromatico. Quando possibile scopatina con il bagnino di turno, con l’animatore, con il barista intrigante…

Chiedere di più è mal visto.

Non amalgamarsi con la fauna proveniente dal proprio paese d’origine è pure malvisto. Le coppiette di italiani sono lì anche per conoscere le altre coppiette di altri italiani, per ammazzare il tempo, per dire qualche cretinata, che male c’è? Non si fa così in televisione?

Mi hanno colpito la varietà di inflessioni dialettali, la superficialità dei loro discorsi (discorsi?), la facilità nel darsi confidenza (seppur finta confidenza), lo sfottersi continuamente, la grossolanità dei ragazzi e delle ragazze, parimenti. Il patrimonio televisivo comune e sempre condiviso attraverso riferimenti e battute che per me erano un codice indecifrabile, dal giovane carabiniere in congedo ordinario alla segretaria ochetta, dal se dicente avvocato divorziato in vacanza con la figlia, spiccava per autonomia e intelligenza solo una coppia di ragazze sui venticinque anni, decisamente lipstick non per niente soprannominate “le dottoresse”.

Ecco io l’esperienza l’ho fatta, ma dopo una settimana sono proprio dovuto scappare e il Mar Rosso ora può attendere…

Friday, December 11, 2009

Delicatessen I will probably never taste...

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Les pains perdus aux amandes et fruits frais de chez  Le Gamin,
Soho, NYC.
Délice Paloma: sorbet de jasmin, amandes concassées avec des pétales de rose de chez La Fleur du Jour, Algers, Algérie. Fait maison bien sûr avec produits naturels.

Things I will probably never own...


A Berlutti leather passport holder that comes in green and is embossed with beautiful calligraphy. Most becoming of course.







Inspiration from: http://wecouldgrowuptogether.blogspot.com/

Sunday, November 29, 2009

Aspettando l'autobus, il treno, l'aereo...

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Io aspettavo il duecentoventotto, alla Stazione di Trastevere, qualche settimana fa, in realtà era la due-e-ventotto che non arrivava... e ci ha messo cinquanta minuti prima di farsi vedere. Non mi sono minimamente spazientito, c'era il sole, c'erano degli alberi con belle chiome autunnanti, c'era un muretto su cui poggiare le chiappe e tanta tanta umanità. Perché Roma è così, o almeno io la vedo così. Dal privilegiato punto di vista di uno di passaggio, che se anche l'autobus non arriva tanto sono in vacanza e il tempo a disposizione abbonda. Viverci sarebbe tutt'un'altra cosa, mi dice V. che ci è nata e vi conduce la sua lotta quotidiana. L'autista e un ragazzo sull'autobus sono belli, sono machi: testa rasata, massicci, muscolosi al punto giusto, pizzetto. A confronto a Milano sembrano tutti checchine al massimo maschietti. A Roma no, il mito un po' fascista del maschio resiste ancora, anche se non gode proprio di ottima salute. Una debolezza, uno strappo, una trans se la concedono... tanto poi si va in convento, ci si contrisce, ci si pentisce, si scrive una lettera alla papessa di turno e si chiede perdono. Piero Marrazzo, 46 anni, cattolico, divorziato, due mogli (quindi), due figlie, ha fatto così e l'abate di Montecassino, vescovo Piero Vittorelli, ci rivela che "quest'uomo sta compiendo un delicatissimo iter da cui nascerà una persona nuova" cioè più intelligente che non si farà scoprire quando deve fare le cose brutte e sporche, santa romana chiesa docet. Ma sono l'ultimo che si deve lamentare perché è proprio merito di questa cultura sessuofoba mediterranea se esistono tanto adorabili e buzzurri esemplari di maschi arabi e latini. Miss Brodie mi dice che è grazie al latte di cammella, ma va' pazza le dico io, che in percentuale sono pochi pure i beduini tirati su a latte di cammella. E' la grande e misteriosa madre nera del Mediterraneo che ce li cresce così e ce li consegna bòni e con problemi di eiaculatio precox. Il maschio nord europeo, baltico etc. è tutt'un altro metallo, ma questo è tutt'un altro post. Torniamo a Roma ai suoi palazzi, alle sue ville, ai suoi giardini, ai suoi viali, ai suoi grand hotel, e alle sue trattorie, ai vicoli un po' lerci, al metro tutto sgangherato e zozzo, al carciofo e a Mariastella Gelmini il cui palazzaccio domina Trastevere. Ringrazio V. per le grandi matinées che ci siamo concesse, per le marmellate fatte in casa dal suo babbo: sublime fra tutte quella ai limoni, per i tranci di pizza ai fiori di zucca e per gli spaghettoni al parmigiano e uvetta sultanina, per i ricercati tè d'oriente e per le generose caffettiere. Tutto un aroma. Roma è così. "Dowaha" di Raja Amari ce lo siamo goduto nelle fredde cantine di Villa Medici, ringraziamo Napoleone che se l'è presa e ora è Académie de France à Rome, meravigliosamente tenuta e aperta al pubblico: concerti, mostre d'arte, rassegne di film. Cultura insomma. Roma Termini, Freccia Rossa in compagnia di Ali, un algerino che mi racconta la sua storia, nove anni di Svizzera, lavoro regolare (che lì non è come in Italia) e il sogno di sposare una ragazza italiana. Cristina ti invidio un po', hai conosciuto questo gioello su internet... Poi il rientro a Milano, la solita lotta per non farsi fagocitare dalla insulsa ambrosianità del fare, fare, fare che i risultati dovrebbero almeno far capire che c'è qualcosa che non va. Invece no, la sperticata sindaca continua a fare un bel niente. Poi gli obblighi sociali della milanesità, ma alla "festa di compleanno di F." quest'anno non ci sono voluto andare, nonostante l'arrogante insistenza del suo invito, non mi andava di andare a teatro. Ma questo come faccio a spiegarglielo rimanendo gentile? Vedere lo spettacolo pietoso di venticinque/trentrenni che sapendolo giocano a fare i/le grandi (imitando i loro papà e le loro mamme), e riescono solo a sembrare, nel fiore degli anni, dei poveri vecchi, mi avrebbe intristito molto. Non c'è mai tempo per vedersi quando non c'è la volontà di vedersi. E poi il parrucchiere ti ha spostato l'appuntamento, e io sono tuo amico, beninteso, dopo taglio e messimpiega. Ora sto per prendere un aereo che mi porterà ad Al Quseir, Egitto. Cambio aria per un po', per mia gioia e per quella della mia pseudo-capa-ufficio che si è andata a cercare delle spiegazioni del perché un congedo non mi poteva essere negato. Accontentata!

Monday, November 02, 2009

Quei sogni segreti dei nostri uomini ...

da La Repubblica di oggi. NATALIA ASPESI

L'Italia pullula di trans, non più da considerare un fenomeno raro da Eva Robin's a "La moglie del soldato", cambia l'immagine dei viados.
In questa settimana di intenso teletrans, non ci sono state trasmissioni e conduttori che non abbiano esibito il loro o i loro trans, veri o caricaturali. E per esempio a "Annozero" c'era una signora stile Carmen. Con grande ventaglio rosso, di massima arguzia, serietà e intelligenza, che rendeva particolarmente avvilente il vociare maschile politicosessuale, come sempre del tutto inconcludente. Stessa bella figura e sempre nella stessa arena selvaggia, ha fatto un'altra signora dall'aria intellettuale, che da Milano raccontava come aveva dovuto fuggire da Roma, dove l'eccesso di pretendenti di gran notorietà, in politica e altrove, assediavano e avvilivano la sua vita di donna più completa delle altre in quanto fornita di sesso maschile. Non è che non si sapesse, ma dopo tanto clamore, non si può più dubitarne; l'Italia (o forse tutto il mondo), pullula di trans, non più un raro fenomeno genetico e psicosessuale riservato a rari intenditori, ma una professione, una corporazione, una etnia, un mondo, un mercato, un popolo, una folla. Dietro la stazione Garibaldi di Milano, per esempio, c'è un vecchio grandioso palazzo abitato soprattutto da trans che, crisi o non crisi, ogni notte saltano giù da enormi limousine abitate da uomini pregiati, e attraversano i cortili verso i loro appartamenti, indossando tanga e poco altro. Nelle piccole città, dico per esempio a Sarzana perché ci vado spesso, c'è una strada solitaria dove solo a tarda notte, svettavano sino a pochi mesi fa ragazze di sesso maschile particolarmente avvenenti: poi la popolazione non le ha volute più, con la scusa che davano cattivo esempio ai bambini, anche se gli stessi solitamente non dovrebbero aggirarsi dopo mezzanotte nelle strade deserte, né soli né accompagnati. Si sa anche dalle recenti cronache, che il trans, contro ogni idea di peccato e trasgressione, è più diurno che notturno: la massima ressa nelle loro alcove è infatti nelle ore di ufficio, e se lo sapesse Brunetta, altroché fannulloni e tornelli. Adesso in tv, a mettere in ombra il travestito da oratorio, il pur apprezzato genere Platinette, arriva la fascinosa Carmen, e qui non si ride più: chissà se ai telespettatori maschi di buona famiglia saranno venuti i cattivi pensieri guardando quelle labbra di fuoco e quegli occhi scintillanti di misteri, certo le telespettatrici si saranno impensierite. Nessuna signora conosce un uomo che riveli di frequentare le prostitute, che pure prosperano a centinaia di migliaia e non si sa quindi come, disoccupate, arrivino a fine mese. Figuriamoci se uno dirà mai di averci anche solo provato con un trans, così per curiosità, o per studio sociologico, o per portarlo sulla retta via, o spingendolo alla monacazione, o per altre ragioni umanitarie. Eppure la fiction americana li ha già sdoganati per quello che sono, non come macchiette o come stravaganze (vedi Grande Fratello): in "Sex and the city" la vispa Samantha (lei stessa assomigliante a un trans, per quanto rigidamente femmina), non riesce a dormire per il casino che fa un gruppo di trans di colore sotto le sue finestre, e l'unico modo per ottenere il silenzio notturno è diventarne amica. Il trans gran signora è tra i protagonisti del magnifico serial "Dirty Sexy Money" putroppo interrotto dopo sole due stagioni per audience insufficiente: si tratta dalla bionda e statuaria Carmelita, di cui è pazzo il candidato al Senato Patrick Darling, al punto di volerla sposare, malgrado sia già sposato. Naturalmente finisce male, ma intanto il ruolo lo ha avuto l'attrice Candis Cayne, che prima di operarsi era l'attore Brendan McDaniel: cioè un uomo che ha scelto di essere donna, quindi un trans già transitato. Se uno si attiene alle cronache, parrebbe che i trans siano solo brasiliani e che la prostituzione sia la sola loro professione: non è vero, spiega Gianni Rossi Barilli, direttore del mensile gay "Pride", ce n'è di casalinghe e di milanesi, solo che per loro fortuna non fanno notizia. Ciò che lo stupisce "è il panico con cui soprattutto gli studiosi affrontano l'argomento, non riuscendo ad accettare le mille sfumature dell'ambiguità sessuale tanto da preconizzare un immane caos". E per quanto il travestito, l'ermafrodito, l'androgino, il trasgender, l'intersessuale, la donna nel corpo di uomo o viceversa, siano figure antiche, anche mitiche, "il trans come lo si intende oggi è un personaggio molto recente, nato dal momento in cui c'è stata l'opportunità di manipolare genetica e biologia, di costruire il proprio corpo al di là della sua forma naturale codificata dai generi". Prima si pasticciava e ci si accontentava, aspirando ancora al modello femminile: come la delicata, fragile Eva Robin's, nata Roberto Maurizio Coatti, che quando finalmente apparve sullo schermo, nuda e di fronte, suscitò nel pubblico un hoo sbigottito; o come in "La moglie del soldato", film girato nel 1992 da Neil Jordan, la bellissima mulatta Jaye Davidson, nata Alfred Amey, che quando il terrorista Forrest Whitaker la vede nuda, oltraggiato, le/gli dà uno schiaffo. Oggi, dice Rossi Barilli, "il trans può costruirsi secondo l'immaginario erotico degli uomini, offrirsi al loro desiderio profondo". Le signore trasecolano, ci rimangono molto male: ma come, non le volevano esili, soffici, tenere, levigate, persino piccine, quasi infantili, insomma femminili, e loro per ansia di piacere, a dieta, a far ginnastica, ad ammorbidirsi e depilarsi ovunque; e poi si scopre che quel che sognano in segreto i loro innamorati sono donnone grandi e muscolose, con seni enormi e contundenti, consentita la barba e la voce profonda, soprattutto indispensabile quella parte del corpo che con tutta la buona volontà di accontentare i gusti degli uomini, proprio si ostina a mancare.

Wednesday, October 28, 2009

Gli uomini, i trans e quel mondo dove non c’è posto per le donne

Dal Corriere della Sera di oggi. Marina Terragni.

Ricordate il vecchio Freud, di fronte al mistero delle «sue» isteriche? Che cosa vuole una donna? si lambiccava il cervello. Una risposta precisa non seppe trovarla neanche lui. Al tempo dei patriarchi la sessualità maschile era la norma, e quella delle donne un oscuro tumulto non autorizzato. Ma un uomo? Che cosa vuole, un uomo? verrebbe voglia di chiedergli oggi. Perché dei desideri delle donne ormai si sa tutto. Dalle autovisite in avanti, il mistero è stato pubblicamente scandagliato per almeno mezzo secolo. E i desideri degli uomini? Ecco, ti pare di avere proprio tutto: la vita che volevi, il lavoro, e poi la casa, il conto in banca, e la famiglia, i figli e forse— che esagerazione! — perfino l’amore. Poi un bel giorno, per ricatto o per puro caso, vieni a sapere di una certa Brenda o Nazaria o Wynona che come un’oscena badante si prende cura del padre dei tuoi figli. E all’epicentro del terremoto che fa crollare la tua vita perfetta, un maestoso fallo con cui non c’è possibilità di gara. Una nuova versione dell’invidia del pene? «A un’altra donna, tutto sommato, sei sempre pronta», racconta una che c’è passata. «Soprattutto sui 50, quando diventano fascinosi e brizzolati e cominciano a tentennare. Sai che vanno in cerca di conferme. E se capita, dopo un po’ di purgatorio magari te li riprendi pure in casa. Ma così...» si mette le mani tra i capelli. «Ed era anche un mostro. Che cosa fai, con una rivale che ha il 44 di piede e siliconi della sesta?». Il modello manca. C’è tutta una genealogia di tradite lacrimose a cui riferirsi quando si tratta «banalmente» di una donna: le madri, le nonne; le crisi di nervi della principessa Maria Stella Salina, quando il Gattopardo Don Fabrizio, stampatole un brusco bacio sulla fronte, lascia Donnafugata per una fuga in carrozza dalla sua favorita. Le convenienti ritrosie della moglie a cui tocca convivere con la lascivia autorizzata dell’amante. Una poligamia informale. Le cose andavano così, quando il patriarcato aveva dato al mondo il suo ordine: per quanto discutibile, almeno riconoscibile. Una saprebbe regolarsi perfino se l’altra fosse inequivocabilmente un altro. Ormai anche qui qualche precedente si è accumulato. Ti puoi anche disperare come Julianne Moore, moglie anni Cinquanta in «Lontano dal paradiso», di fronte al coming out del tuo amato sposo, ma non puoi non comprendere. E dopo un ragionevole periodo di assestamento, se hai un’anima sufficientemente grande puoi anche continuare ad amare. Come una sorella. Non tutto è perduto. Ma di fronte a Brenda, Nazaria o Wynona ti va in pappa il cervello: che cos’ha? È gay? Non sta bene? O è semplicemente un maiale? Chi chiamo? L’avvocato, uno psichiatra o l’esorcista? Non è un caso, per quanto possa apparire pazzesco, che oggi la sessualità maschile sia diventata una questione politica. Il fatto è che si tratta davvero di una questione politica. Che cosa sono gli uomini, crollata la narrazione patriarcale? Su che cosa puntellano la loro identità se non possono più contare sul dominio delle donne? Che cosa ne è della loro maestosa cultura e del mondo che ci hanno costruito sopra, se le fondamenta sono piene di crepe? Non c’è proprio niente da ridere. La pochade della nostra trans-repubblica — ricatti, contro-ricatti, gente in mutande, partouze, mercimoni, filmini, escort che chiacchierano, mogli che sbarellano — è solo la divertente parodia. Sotto, le lugubri note di una danse macabre di fine civiltà. Questo delle trans non è solo un vizietto per potenti. Se una metà abbondante di chi fa il «mestiere» è pene-dotata, è perché esiste una corrispondente — e ipocrita — domanda da parte di un’enorme quantità di impiegati, ragionieri, amministratori di condominio, onesti padri di famiglia. Ok il seno e un nasino femminile, ma nessuna operazione definitiva. «Quello» lo si tiene, o si perderebbero i clienti che a quel punto si rivolgerebbero a «semplici» donne (e sai la noia...). «Perfino i papponi — conferma Ginny, pioniera operata a Londra più di trent’anni fa — oggi chiedono alle ragazze di mettersi su da travestiti»: sei una donna, d’accordo, ma cerca almeno di sembrare un uomo che vuole sembrare una donna… Vertiginoso! La trans del resto è un modello universale, valido anche per le comuni rifatte, quelle rispettabili signore tumefatte e zigomate che fanno shopping in via Condotti o su Park Avenue. Non è forse da travestito quella loro facies chirurgica, la stessa di tante opinioniste «zero tituli» dei nostri salotti tv? Qualcosa vorrà pur significare. Il trans oggi ha un’audience strepitosa: dopo Silvia, MtF — da uomo a donna — al Grande Fratello è la volta di un più raro FtM. E Maurizia Paradiso, che rivela a Pomeriggio 5 la sua prossima pater-maternità grazie all’utero della modella colombiana Francine... Ginny spiffera i nomi (irriferibili) di vari ricchi e famosi, abituali degustatori della specialità maschio-con-tette: a quanti tremeranno i polsi! E dice che questo andazzo è cominciato a metà anni Ottanta, con l’invasione dei viados brasiliani. O non è piuttosto che i viados sono accorsi a frotte per corrispondere a una domanda maschile emergente: giacere con uomini parzialmente adattati a donne? Tra i pochi disposti a parlarne — per il resto, omertoso, complice, imbarazzato silenzio — l’ex calciatore francese Éric Cantona, che in un’intervista ha ammesso: «La donna ideale potrebbe essere un travestito, perché ha un po’ di entrambi». E su «Via Dogana», periodico della Libreria delle Donne di Milano, Stefano Sarfatti Nahmad dice: «Comincio a credere che gli uomini che sono interessati al pieno godimento sessuale troveranno più facilmente quello che cercano scegliendo un rapporto omosessuale». Ma forse non è tanto, riduttivamente, questione di essere o non essere gay. Traditi e abbandonati dalle donne, mortificati dalla loro autonomia, sfiniti dalla loro libertà e dalla loro voglia di stravincere, molti maschi regrediscono a un consolatorio «tra uomini». Un mondo a cui le donne non hanno accesso: solo maschere di donne, come sulle scene del teatro medievale; solo pseudo-donne, a misura di un immaginario semplificato e un po’ autistico. Un’omosessualità spirituale e culturale che può contemplare anche un passaggio strettamente sessuale. Mi scrive, straordinariamente sincero, un lettore sul blog: «Il vero unico desiderio è vivere momenti di bel cameratismo con altri maschi... Anche il travestito ama esclusivamente il mondo maschile e ritiene che la sua 'missione' sia dare amore ad altri maschi, di cui comprende le sofferenze profonde che nessuna donna potrebbe lenire». Non varrebbe la pena di pensarci un po’ su? Dispensatrici di bellezza e di gioia, le donne hanno rinunciato per sempre a questa prerogativa divina? Valgono questo prezzo, i loro strepitosi guadagni? Per completezza d’informazione chiedo a Ginny, che ne ha viste e ne ha passate tante, che cos’ha capito in definitiva del sesso degli uomini: «Mah... — riflette —. Che ci pensano sempre. E che sono strani». 28 ottobre 2009

Sunday, October 25, 2009

Due o tre cose che so di me...

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Mi chiamo Piero Marrazzo e vorrei raccontarvi due o tre cose che so di me. Ho 46 anni e sono nato a Roma, all'Aventino il 29 luglio 1958. La famiglia è la mia vera grande passione. Ho tre figlie: Giulia che ha 14 anni, Diletta che ne ha 11 (figlie di primo letto) e la più piccolina, Chiara, che da poco ha compiuto tre anni. Con loro e con Roberta, la donna della mia vita (dopo il primo divorzio), passo tutto il mio tempo libero. (...e Natalì, Brenda, Luana, Palomina, Tiffany, Moira e Camilla... dove le metti?) Mi piace giocare a pallone. Faccio parte della nazionale dei giornalisti, con la quale sosteniamo molti progetti di solidarietà. Sono cattolico (e divorziato), cresciuto, come molti ragazzi della mia generazione, frequentando l'oratorio e la parrocchia di Santa Chiara. (bella roba gli oratori e le parrocchie...*) (Qui non aggiunge "Sono eterosessuale". Certo quello dobbiamo capirlo perché sopra dice che ha "la donna della sua vita", tre figlie e che gioca a calcio.) [...] Negli ultimi otto anni ho condotto “Mi manda RaiTre”. Di quella magnifica esperienza non dimenticherò mai i volti delle tante madri che venivano in trasmissione per battersi per i diritti negati dei propri figli. Sono fiero di essere stato Ambasciatore dell'UNICEF e di far parte della Fondazione Caponnetto, il fondatore del pool antimafia di cui facevano parte Falcone e Borsellino, e della Fondazione Pertini. (Ahi ahi ahi!, nulla però in favore dei transessuali) Per chiudere vi dico qualcosa sulla mia vita privata: adoro il cinema di Sordi (che non era di certo un fenomeno locale come dice qualcuno), Totò, De Sica e il teatro di De Filippo. Mi piace la buona cucina, soprattutto i paccheri ricotta e ragù che credo di cucinare divinamente, e da quarant'anni trascorro le mie vacanze tra Terracina e il Circeo. (mmm... notizie proprio sugose...) Fin qui il mio passato remoto e recente. Per quanto riguarda il presente, attualmente sono impegnato in una bellissima sfida. Sto girando la mia Regione per costruire insieme ai suoi abitanti un progetto di governo serio, efficace e condiviso. Progetti per il futuro? Fare a tempo pieno il Presidente della Regione Lazio!**

Il presente presente lo conosciamo, e non potrebbe essere di ispirazione per la macchietta di un politico nostrano in un film di Alberto Sordi? Che vita dura per le represse, per le insospettabili nell'Italia di oggi... sempre a rischio di essere esposte al pubblico ludibrio. I romani, dei loro politici, queste cose le hanno sempre sapute, è solo che quando telefonini, videofonini e mms non esistevano, tiravano a campa', lasciavano correre. Ora nella società televisivizzata, spettacolarizzata e informatizzata le cose sono cambiate. Questi della generazione che ha fatto "l'oratorio nella parrocchia di Santa Chiara" ancora non hanno capito che i loro peccatucci possono diventare di pubblico dominio da un secondo all'altro, causa della loro rovina in pochi minuti e fonte di reddito per qualche ricattatore che si fa forte della morale corrente, promossa e divulgata da preti e politici bigotti di destra e di sinistra. E così, come fossimo in un film di Almodovar, ci siamo deliziati leggendo dichiarazioni di questo tenore: "Glielo dicevo, io: Piero, stai attento" - spiega Natalì, 30 anni, a Repubblica - "Lasciala perdere, la Brendona, quella è drogata ti fa finire nei guai". o anche: "Dalla comunità trans che la notte si vende al Flaminio e all'Acqua Acetosa, a Prati e alla Moschea, esce un ritratto sconvolgente - e tutto da provare - se riferito al presidente della Regione Lazio. "Marrazzo lo conosciamo tutte benissimo da anni", afferma Luana, anche lei transessuale brasiliana della Cassia: "Quando lo vedono passare - dice - i trans si tirano su le tette per essere scelte: lui paga molto, molto bene. Ci sono "ragazze" come Natalì che ci hanno fatto una fortuna, decine di migliaia di euro. Natalì è la sua preferita, ma stava spesso anche con Brenda, una tipa grande e grossa che chiamiamo la Brendona e che da un pezzo andava in giro a dire che cercava di vendere un video compromettente ma non trovava nessuno che lo comprasse. Una vera stronza: questa è estorsione, mi sa che con questo caos è scappata" Da quando è scoppiata la bufera, le transessuali che abitano nella zona di via Gradoli hanno ricevuto visite a raffica dai carabinieri del Ros: "Sono andati dalla Palomina sulla Cassia, da Tiffany e Maira in via Gradoli, da Camilla ai Due Ponti, da Brenda e da un sacco di altre. A tutte - dice Natalì - hanno preso i computer e i telefonini per cercare immagini. Ma non troveranno nulla. Lo so che accusano tutti me, ma io giuro che non c'entro proprio niente con le foto e i video. Io sono sicura che non usciranno mai perché non ci sono, ma se spunterà fuori un video vi invito a confrontarlo con me e con casa mia". Un appartamentino ordinato, pulito, arredato con gusto in stile etnico: salotto con cucinino, bagno e camera con il letto in ferro battuto e il quadro di un cherubino dietro la testiera. (questo dettaglio Maria Elena Vincenzi e Paolo G. Brera, di Repubblica, potevano risparmiarcelo... la camera da letto loro ce l'hanno stile impero?)

A Milano le cose vanno diversamente. Una Miss B., famosa da queste parti, fa notare se è normale e in quale altro paese civile potrebbe accadere che il presidente di una regione come il Lazio, si possa far dare consigli e possa avere una confidenza tale con una prostituta che lo metteva pure in guardia: "Piero, stai attento"! Altri d'altronde si mettono nelle mani di maghe, stregoni e fattucchiere.

A Milano, dicevo, abbiamo un sacco di pazze che continuano a fare il coming out, lo fanno anche più volte al giorno - perché ci credono davvero ai diritti per i gay, per le coppie di fatto, all'aggravante per l'omofobia etc. - in realtà di loro si vede già che sono cule... quindi per qualcuno anziché fare "coming out", fanno pena... Ed è vero. Il coming out lo dovrebbero fare i nostri begli italici maschioni, che più o meno sono nati e nascono da Firenze in giù, fin giù giù: in Calabria e Sicilia, che ce ne sono tanti anche lì, sposati e padri di famiglia, che poi quando la notte cala amano i boschetti, i greti di fiumi, i resti di antiche rovine, per fare fra loro le cosacce brutte che a loro piace fare solo di nascosto e con il rischio di essere scoperti che aggiunge quel tocco in più. A volte coming out lo fanno perché vincono un concorso per Uomo in divisa più bello del mondo, quindi adesso "come caiazzo faccio a non uscire allo scoperto"?

*vedi il video documentario della BBC "Sex Crimes and the Vatican": http://www.youtube.com/watch?v=U-J7iFTrT1U

**estratti dal sito ufficiale di Piero Marrazzo: http://www.pieromarrazzo.it/show.jsp?page=13476

Saturday, September 05, 2009

D.B.* e pulcinella...

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D.B. non ha affermato ma non ha neppure mai negato di essere omosessuale. Ha contestato l'attendibilità di alcune dichiarazioni che lo voglion omosessuale. D.B. ha dichiarato: "...La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate..." ma un celibe d'acciao ha una famiglia? La famiglia, per santa romana chiesa, non è quella composta da una mamma, un papà (legati dal sacro vincolo del matrimonio) e qualche birbantello partorito rigorosamente in seno al medesimo nucleo e a seguito di un sano rapporto possibilmente a luci spente con lei sotto e lui sopra? D.B. è stato vittima sacrificale proprio di quelle opinioni basse e meschine che certamente ha contribuito con il giornale che dirigeva a fomentare nelle ignare menti di tanti sprovveduti/e. Omofobo di sicuro, forse omosessuale, vittima dell'omofobia, perché delle telefonate che ha fatto o non ha fatto non importa a nessuno, interessa che esposto in quanto uomo fuori dalla "norma", quella norma a lui apparentementre tanto cara, sicuramente tanto predicata, lo hanno ridotto al nulla. Il rispetto dei diritti delle persone omosessuali lo ha sempre attivamente contrastato allora anche se oggi ha vissuto sulla sua pellaccia la discriminazione di essere trattato da omozozzuale, solidali con lui mai!

*useremo soltanto le iniziali di Dino Boffo per salvaguardare il sacrosanto diritto alla sua privacy.

Friday, June 19, 2009

hippy days...




...da qualche giorno ho una camera con vista, sul mare. Golfo di Aqaba, Mar Rosso. Non il Mare Bianco (di mezzo), come lo chiamano qui, a me piu' familiare. Ci passo intere giornate chiuso dentro, in camera, non curante del gran caldo, sopratutto il primo pomeriggio. ...mi trovo a Dahab, l'opzione alternativa a Sharm El Sheikh, peggio a Hourgada.

Qui si respira ancora aria da sfattoni di oggi e di ieri. Gironzolano bei ragazzi, dai lunghi boccoli biondi, che puzzano di latte e di canne, e signore di varie nazionalita' ormai intorno alla sessantina, che conobbero Sharm trent'anni orsono e vivono di ricordi, ma vivono qui da allora, non fanno avanti e indietro: l'argent de papa, o il frutto del lavoro di un buon avvocato divorzista... si mantengono senza fare nulla, beate loro! Favori dalla fauna locale, da quanto ho visto, non ne comprano, a differenza di quanto accade in Marocco o Tunisia. La casetta pure se la sono fatta e adesso frignano perche' l'idea di costruirsela e' venuta anche a molta altra gente, e di casette cominciano ad essercene troppe in riva al mare, e di charme come a Sharm anche qui ne restera' sempre meno...

La camera di questa specie di Bed & Breakfast hippy che mi ha stregato e' fatta tutta in legno, pare costruita su di un albero, due finestre: una apre a est sul mare, le catene montuose della arabia felix si stagliano all'orizzonte oltre il mare, quasi le tocchi; l'altra apre a nord su una manciata di palme. L'aria che si respira e' un po' frichettona, ma mi piace. I padroni pure mi piacciono, una coppia del Cairo che si e' trasferita qui una ventina d'anni fa ma ancora e' rimasta gente molto urbana, come piace a me. Un po' di urbanita' e' una boccata di ossigeno in terre beduine, e nella penisola del Sinai di tribu' beduine ne sopravvivono ancora una dozzina. I Gebelliya (Montagnoli) sono quelli con cui ho avuto a che fare di piu': chiusi, incolti, doppi, falsi, per niente belli, miseri, un po' meschini, arraffoni, per niente genuini ormai, attaccati ai soldi e senza conti in banca. Un po' una fotocopia dei loro parenti Merzougui conosciuti nel Sahara tunisino. Quelli che stanno sul mare almeno sorridono un po' di piu' e sono anche un po' piu' belli.

Loro in questa camera quando non hanno ospiti ci vivono, e' per questo che mi sento a casa anch'io, e quindi come quando sono a casa non ho nessuna voglia di lasciare la mia stanza. La camera con i suoi arredi vecchiotti e gli infissi delle finestre sfasciati, la luce che filtra fra le assi di legno del soffitto e delle pareti a tutte le ore, pare il set di un film, e in giro per Dahab ti sembra di respirare l'aria delle scene girate sulla spiaggia di Goa nell'ultimo episodio della nota trilogia che vede Matt Damon protagonista, o anche putroppo in quelle di "The Beach" che vedono come protagonista quel mostriciattolo di Leonardo di Capra. Prossimamente maggiori dettagli sulla vita di montagna dei pope greci di Santa Caterina...
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The lovely corniche walk in Dahab, Sinai, Egypt. (c) all rights reserved DDM
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Tuesday, April 07, 2009

Diverso da che?

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Settimane or sono, un po’ per dovere un po’ per piacere, mi sono trovato seduto su una comoda poltrona del Cinema Plinius: davano “Diverso da chi?”. Proseguiva la proiezione, sempre più sprofondavo nella poltrona. Sprofondavo nel sottosviluppo, come questo paese sta sprofondando. La storia è quella di un gay engagé [in coppia da quattordici anni con un gay fedelissimo e innamoratissimo di lui] che quasi di botto seduce e si fa sedurre da una donna (biologica) cattolica oltranzista, divorziata, piena di pregiudizi, cliché dei cliché. Lei bacia lui, e lui se la fa e se la fa e se la fa. Più di tre volte, il che ufficializza il suo di lui tradimento con l’altro lui, che tanto è sempre grottescamente in giro per ristoranti in quanto compilatore di una nostrana Guida Michelin. Per finire la favoletta in bellezza, pure un figlio nasce a questa strana troppia e allora il sogno del “matrimonio gay all’italiana” si corona daveramente: un lui bisex che si è sempre furbescamente fatto chi ha voluto, incollato all’altro che neppure una cozza; un lui vittima passiva che accetta tutto pur di stare in coppia e che desiderava tanto avere un figlio; una lei che pur di stare con un uomo sta con un gay. In sottofondo l’Italia dei compromessi: niente è nero niente è bianco, tutti sono felici, tutti hanno delle case grandi e bellissime, tutti in vacanza si ritrovano con la famiglia allargata, tutti vanno d’accordo. Stomachevole. Felici, dalla disperazione, ho trovato solo i tocchi con cui vengono ritratte le macchiette dell’attuale panorama politico nostrano: a destra come a sinistra. Poco credibili gli attori (attori?) che improbabilmente hanno scordato di essere in una città del nord-est Italia, da queste parti il romanesco non lo si parla, mettetevelo in testa. Realistico. Perché è vero che in Italia tanti gay, cioè omosessuali che si riconoscono in quanto tali, vanno con le donne e spesso si sposano pure e poi, ché i tempi sono cambiati e le donne sono più aperte, senza nasconderlo a nessuno si concedono anche il boyfriend! Quel che importa è non prendere mai una posizione netta, pulita, è cercare di non essere mai diversi, da nessuno, altrimenti si è perduti. Si è individui.“Povera Italia!”*
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*Citando un cittadino marocchino alla ASL di via Andrea Doria a Milano.
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Sunday, April 05, 2009

“I love my job… I love my job…” *

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La mia partenza per un paese del Medio Oriente, tanto per cambiare… è prevista per il 14 aprile con rientro il 18 sera, sabato. Da domani quindi tutto sarà il solito delirio per chiudere l'agenda degli appuntamenti: Sindaco di qui…, Ministro di là…, Direttori di Questo e Direttori di Quello, visite guidate su e visite guidate giù… “Attenzione lì però non ci potete andare, i permessi speciali non li avete”… contatti con la nostra Ambasciata: Primo Segretario, Secondo Segretario, Vice Capo Missione, Funzionario Vicario, Capo della Sezione Economico-Commerciale, Addetto scientifico, Addetto Culturale e tutte le segretarie... e guai a sbagliargli il titolo o a ingarbugliarglielo... che si offendono e ti potrebbero abbandonare in pieno deserto del Negev se hai ferito il loro orgoglio da "missione diplomatica". E poi voli, alberghi, agenzie di viaggio, logistica, prenotazione auto, prenotazione sala vip in aeroporto per i sedicenti vip, spaesamento, salto di pranzi e cene, cene ufficiali e buffet, velluti rossi, moquettes, grandi sale, grandi scale, strette di mano, inchini, sorrisi, la mia mano destra sul mio lato sinistro (il cuore) come ormai mi viene automatico, alzati, siediti, entra, esci, l'auto dov'è, l'autista dov'è, il cellulare dov'è, il ministro non c'è... "No, grazie non bevo vino, un succo di frutta ce l'avete?", "Dov'è la palestra in questo Albergo?" "A che ora apre il business centre?" "Ho perso il programma" "Chi è questo che stiamo per incontrare?" "Ma il boss lo sa che vediamo il Ministro?" "...stasera non ho tanta voglia di andare allo spettacolo" "Ah, l'invito arriva proprio da lui... allora non diremo di no" and so on and on... Well, that's my job! And I pretty like it for the moment, sometimes it sucks... ok, but most of the time... "I love my job"... and don't forget it helps with the mortgage payback!

* quoting Emily Charlton, First Assistant of Miranda Priestly in "The Devil Wears Prada"
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Friday, February 13, 2009

L'amore a tutti i costi...

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...ce lo descrive Alberto Infelise su Metro di oggi. Lì per lì c'ho riso un po' sopra, poche righe, un grande dramma. Tanti grandi drammi: tante coppie sono così, etero e omosessuali. Due si mettono insieme e volendo strenuamente spacciarsi per uno cominciano un vero e proprio calvario fatto di vicendevole sopportazione, reciproche rinunce (i cosidetti sacrifici), spesso innumerevoli ricatti. Eppure per alcuni tutto vale pur di restare in coppia... e allora viva la coppia scoppiata! Chi scrive invece... con il passare del tempo... sempre più si convince che la coppietà non è di casa dalle sue parti.

Il mistero dell'ammore
Non è facile essere innamorati, specie se si è eterosessuali. Il problema è che donne e uomini parlano lingue drammaticamente diverse. Un uomo innamorato desidera due cose: fare all’ammore sempre sempre e riposare un po’ dopo. Una donna innamorata vuole: essere ascoltata, essere capita, essere stupita, amore andiamo all’ikea?, plasmare l’innamorato a suo uso e consumo, ricevere proprio quel regalo, proprio in quel momento, proprio con quelle parole, e non gelide rose virtuali il giorno sbagliato, essere aspettata, essere l’unica ai suoi occhi, amore andiamo all’ikea?, raccontarti in tre quarti d’ora quello che poteva raccontarti in un secondo (di solito in contemporanea con l’inizio di 90° minuto), scegliere le tende che tu non hai gusto, amore andiamo all’ikea?, stabilire in via definitiva che gli amici di lui sono degli idioti, andare a mangiare dai miei, andare a vivere insieme (vicino a casa dei miei), amore andiamo all’ikea?, fare ammettere al suo lui che la sua ex era una cozza (e pure di facili costumi), fare all’ammore. Ok, ma almeno da ikea ci facciamo una trombatina?
(Alberto Infelise, su Metro il 13/02/2009)